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Lun, Nov

Un minuto di silenzio

Un minuto di silenzio

Editoriali di Vincenzo Carriero

I Riva, poi lo Stato e adesso gli indiani di Mittal. Quella fabbrica è irriformabile: chiunque ne detenga il controllo. E’ un ferro vecchio, pericoloso e marcescente. Un luogo di morte che ha espulso la vita dal proprio ventre arrugginito da diversi anni ormai

Novembre 2012 – Luglio 2019. Francesco Zaccaria e Mimmo Massaro: due ragazzi, due storie simili e diverse in egual misura, che la sorte ha voluto unire per sempre. Nel mezzo, in questo interstizio grottesco, con la vita che si trova a dover stranamente gareggiare con il lavoro, sette lunghi – e inutili – anni. A fare da contraltare, il tempo trascorso invano in questo spicchio d’Italia ciarliero e inconcludente. Le tragedie, al pari della Storia, quella epica e quella di tutti i giorni, quando replicano se stesse si tramutano in farsa. Acquisiscono forma e sostanza dell’inganno, finiscono persino col nutrirsi di sgraziate condotte luciferine, perché altro non sanno fare. E inchiodano l’uomo, la sua impunità mercificata, la sua condotta negligente, a responsabilità duratura.  Due tragedie simili, due giovani vite (le ricerche di Mimmo, da parte dei soccorritori, procedono tra mille difficoltà dal tardo pomeriggio di ieri) strappate dalla furia di un tornado, dalle bizze di una natura matrigna che sembra quasi volersi vendicare delle offese ricevute da Taranto. Del suo dissennato sviluppo economico, votato ad un’industrializzazione dai dividendi freddi e senza etica. La fatalità, il fato, incrocia il nostro destino una sola volta nella vita. Alla seconda chiamata, non può più parlarsi di sfortuna. Di destino baro. La disgrazia c’entra in via incidentale, sono altre le cose che (non) hanno funzionato in casi come questi.  I Riva, poi lo Stato e adesso gli indiani di Mittal. Tutto cambia perché nulla cambi. Tutto si trasforma perché tutto resti tale e quale. Tutto è niente, ammoniva Socrate. Quella fabbrica è irriformabile: chiunque ne detenga il controllo. E’ un ferro vecchio, pericoloso e marcescente. Un luogo di morte che ha espulso la vita dal proprio ventre arrugginito da diversi anni ormai. I controlli non ci sono, perché i controllori non vogliono fare dispetto al controllato di turno. Per investire in sicurezza – e rendere meno incerto il lavoro – necessitano soldi e volontà che nessuno scudo penale (introdotto o cassato) potrà mai incentivare. Si tira a campare come unica alternativa all’inerzia. L’acciaieria, in fondo, è lo specchio, l’epifenomeno di una città intera: stanca e senza nerbo. Incapace nel ripensarsi perché il pensiero costa fatica. Molto più semplice ricorrere agli slogan, alle frasi ad effetto nella speranza di racimolare qualche voto in più alle prossime elezioni. Tra tutti i modi possibili, quello scelto questa mattina per ricordare Francesco e Mimmo è stato il peggiore. Il rispetto per la vita umana – e per il carico di dolore che la sua interruzione prematura si trascina - vale molto più di un titolo a caratteri cubitali sui giornali. Non credete?