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Mar, Ott

A qualcuno (non) piace caldo

A qualcuno (non) piace caldo

Editoriali di Vincenzo Carriero

L'impianto siderurgico tarantino potrebbe presto cambiare pelle, emulare l'esempio di Genova. A Mittal l'idea non dispiace più di tanto: prima il consenso sociale e poi la produttività. Con l'attuale congiuntura negativa - e le concessioni ultradecennali vantate al Porto - perchè non considerare l'idea di una fabbrica-deposito, di un'azienda-cerniera che taciti, al tempo stesso, la magistratura e le frange più estreme dell'ambientalismo locale

Più freddo che caldo. Il futuro di Mittal – e del più grande centro siderurgico d’Europa – è anche una questione di temperatura. Di clima arroventato sputato dalle ciminiere (e non solo quello, purtroppo), di gradi centigradi che surriscaldano gli animi e finiscono con l’avere un impatto ambientale, più o meno pericoloso, per la salute pubblica dei residenti. Chiudere l’area a caldo e mantenere operativa - e funzionante - solo quella cosiddetta a freddo. Emulare, insomma, l’esempio di Genova e della sua fabbrica che, già negli scorsi anni, ha caldeggiato (le manifestazioni di piazza delle mamme e mogli liguri smossero le coscienze) prima, e raggiunto poi, questo proposito. Al di là del ripristino dello scudo penale, anche i franco-indiani si starebbero convincendo sulla bontà e l'efficacia dell’operazione. A loro l’impianto di Taranto interessa relativamente. Non è certo in Puglia che pensano di dover incentivare le loro produzioni in una fase congiunturale che, tra l’altro, riporta il segno negativo da più trimestri per quel che concerne la richiesta mondiale di acciaio. Il capoluogo jonico risponde ad altri presupposti, porta in dote specifici requisiti. Quali? Quelli dello stoccaggio e del trasporto, attraverso le concessioni portuali ultradecennali, dei propri manufatti. Più una fabbrica-deposito – o cerniera, a seconda dei punti di vista - , avamposto logistico per gli altri siti del gruppo disseminati nel pianeta che un’azienda produttiva nella sua accezione classica. La decisione del giudice, sopraggiunta nella tarda mattinata di ieri, di non concedere la facoltà d’uso per AFO 2 rafforza questo convincimento tra i manager di Arcelor. Bisogna essere camaleontici, ripetono nei loro fitti colloqui. Se il Governo italiano vuole questo, se la politica non sa decidere, se magistratura e opinione pubblica considerano chiusa la storia tra l’attività siderurgica e il resto della citta, bisogna tenerne conto. Noi faremo quello che ci chiederanno, senza eccepire più di tanto. Il nuovo mantra ideologico-riflessivo è bene amalgamato nelle strategie per il prossimo futuro: va riportata la palla nella loro metà campo, lasciare il cerino acceso nelle mani altrui. Se poi qualcuno dovesse rendersi conto che la forza-lavoro, con un’area a caldo chiusa in maniera definitiva, dovesse ridursi a non più di 3000/3500 operai non potranno certo prendersela con noi. Nel passaggio da caldo a freddo, c’è il semifreddo. Confidando in un non repentino calo termico per il quale, a tutt’oggi, non siamo ancora attrezzati.