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Mittal chiude l'Ilva. Il Manifesto per Taranto di CosmoPolis

Mittal chiude l'Ilva. Il Manifesto per Taranto di CosmoPolis

Editoriali di Vincenzo Carriero

Le attività di spegnimento dell'acciaieria prenderanno avvio il prossimo 3 dicembre. Si chiude un'era. Ci voleva una società, emblema di un capitalismo rapace e senz'anima, per mandare in soffitta una fabbrica dispensatrice di morte e malattia. Altro che ambientalismo talebano e coatto. L'insegnamento di Gramsci su vecchio e nuovo mondo

Mittal avvierà la chiusura dell’Ilva entro il prossimo 3 dicembre. Per uno strano caso del destino, ci voleva una multinazionale dell’acciaio – e non gruppi di sedicenti talebani votati ad un ambientalismo coatto – per porre fine ad una fabbrica pietra dello scandalo dell’era moderna, dispensatrice di morte e malattie. La Procura di Milano intanto indaga i franco-indiani per le modalità con le quali gli stessi hanno avviato il recesso del contratto di fitto. Il ministro Patuanalli minaccia querele perché, a suo dire, quest’oggi sarebbero state vietate ai commissari (cioè allo Stato) normali attività ispettive all’interno dello stabilimento. Sempre i commissari depositano presso il tribunale di Milano il ricorso contro Mittal, a causa della decisione di recesso. E Salvini, stivaloni e felpa di ordinanza, da Venezia avvisa – è proprio il caso di dire - i naviganti: “Se Ilva fallisce, si torna al voto…”. Taranto caput mundi. Tutto inizia e sembra finire nella città che gli antichi greci elessero a propria capitale, la cui fondazione risale a prima di Roma. Non solo in Italia, ma nell’intera Europa non si parla di altro. Il Mediterraneo chiede attenzioni perché non c’è modernizzazione vera, processo palingenico autentico che possa oscurarlo. E’ un passaggio storico quello che si frappone tra tempo presente e dinamiche future, per il capoluogo jonico. Volendo parafrasare Gramsci, è come se un vecchio mondo sia ormai andato per sempre e, uno nuovo, interessante e ignoto al tempo stesso, ancora stenti nel prendere forma, nel delinearsi in maniera compiuta. Di una cosa si può essere certi, giunti a questo punto: la fabbrica, quel tipo di fabbrica fordista e novecentesca, non c’entra più nulla con Taranto. Rappresenta un corpo estraneo: malato e decadente. Un enclave in casa nostra. L’atto di decesso della ex Italsider verrà ratificato il prossimo mese di dicembre, ma la sua morte naturale risale almeno a quindici anni fa. Quando i Riva, complice una politica compromessa dal lordume del guadagno facile, e un sistema dell’informazione senza spina dorsale, per larghissima parte sul libro paga di un Girolamo Archinà qualsiasi, decisero di vendere l’anima – e la dignità dei tarantini – al diavolo. Il nuovo mondo, la nuova era evocata da Gramsci dicevamo. Come può essere coniugata con Taranto? La nostra idea a tal proposito è chiara: serve un Piano Marshall degli anni duemila. Servono soldi, tanti soldi, che l’Europa e il Fmi (Fondo monetario internazionale) devono cacciare dalle proprie tasche perché a Taranto si possa bonificare e, al tempo stesso, riconvertire. Puntare sulla logistica e l’innovazione tecnologica. Emulare l’esempio della Silicon Valley. Far nascere un’università tutta tarantina, altro che succursale di Bari. Con corsi inerenti la medina specialistica e l’informatica di nicchia. Aver il proposito di riportare Taranto ad una crescita demografica che per estensione territoriale (maggiore, in termini di metri quadrati, di realtà come Bari e Palermo) e posizione geografica le compete. Poter contare su almeno 350 mila abitanti – e non gli attuali 200 mila scarsi – renderebbe il capoluogo jonico una delle 10 città italiane più popolate. C’è bisogno di idee riformiste, di un pragmatismo che possa plasmarsi nella passione dei grandi propositi. Dopo l’Ilva c’è Taranto. Più bella e ricca di quanto una certa vulgata - e certi soloni con le stigmate dell’emigrato – siano disposti ad ammettere.