04
Sab, Apr

In morte di Gioppino

In morte di Gioppino

Calcio

Se n’è andato non certo in silenzio (come avrebbe potuto?), tra cori, bandiere e striscioni sul feretro, Antonio Intermite: voce, anima e cuore della Curva tarantina. Ricordo di un amico che lo conobbe un po’

SI CHIAMAVA Antonio Intermite, il che era un dettaglio per pochi. Amici e nemici, conoscenti e passanti, calciofili e agnostici, clienti del banco dei mandarini e perdigiorno dei bar del prossimo giro: e insomma, per tutta questa specie di universo, lui era Gioppino. L’unico, l’inimitabile. Del resto, vallo a trovare un altro così: 205 centimetri, 150, anche 170 chili ai bei dì, un orco buono, un orso d’uomo. Un wrestler dei tempi sepolti, che so, Andre The Giant. Sepolto, da qualche ora in qua, è anche lui. Torno adesso dal suo funerale in Madonna del Rosario, a Statte. Scrivo in diretta come ai tempi del tamburo, trasferte a Licata o San Benedetto del solito suo, nostro Taranto quasi sempre combattivo e quasi sempre sforacchiato, noi pure, noi reliquie del ‘Corriere del Giorno’ anche peggio, vecchie Olivetti e tasti gracchianti che davano ritmo e facevano comitiva. Né l’uno né l’altra accompagnano, in questo sabato di post meccanici e silenziosi ricoperti da un mantello di mestizia. Ho i vestiti impregnati di fumogeni arancio, profumo di passato nel naso, odore di ricordi nei sensi. Scorrono inevitabili le vite laterali e tra la folla sterminata venuta da ogni quartiere un magro beffardo gambler col panciotto su una mezza scala dondola una vecchia cipolla e dice belli, ho solo io le lancette.
AVEVA 49 ANNI, Antonio, o meglio Andò, come a me veniva di chiamarlo, non so bene perché così e non Gioppino. Mai conobbe le stelle, se non quella cattiva sotto cui alcuni o troppi nascono, e lui su tutti a guidare un esercito. Gioppino, okay, lo scrivo come piaceva a te, era un trascinatore di truppe, un generale nato, un riferimento ovvio. Sventolavano un’ora fa tutti i vessilli del rimbalzo rosso e blu sul piazzale incredulo di un’occupazione mai vista, il baffo sorridente di Iaco sul bandierone del ’78, i Crazy, i suoi indivisibili Ultrapaz e tutte le altre marche della Curva e della stremata passione tarantina che mai moriranno di sé stesse, che mai smetteranno di rialzarsi dopo tutte le lacrime, sia pure sempre più esangui, che mai la finiranno di stappare l’ennesima Raffo alla speranza, alla salute di un rimbalzo decente che non arriva mai. Faticavo a farmi strada per scattare una foto che conservasse il saluto del mio antico amico, i cori dei suoi eterni compagni seguivano altri cori, la funzione non poteva cominciare. A fatica, infine, il feretro seppellito dalle sciarpe ha chiesto permesso alla Curva Nord, e in dodici, forse quindici, non riuscivo a contarli eppure ero lì, sul sagrato, hanno tentato di sostenerlo, di afferrarlo, di portarlo in chiesa dove il prete non sapeva che pesci prendere, ma Gioppino ancora una volta era troppo per loro, troppo per tutti, mi sa che se la rideva nonostante il coperchio e tutto quel buio che adesso gli tocca, i dodici (o quindici) non ce la facevano proprio, sicché gli hanno chiesto aiuto, proprio così, “Ména, Gioppì’ “, “Forza, Gioppì’ “, e a me è venuto da piangere, ma lui manco per il cazzo, figurati, perciò uno dei reggitori ha urlato: “’U carréeelle!”. E con quattro ruote sotto ce l’hanno fatta finalmente a portarlo a un palmo dalla messa senza farlo cadere, e spaccare la bara in tre.
LO CONOBBI NEL ’95. Ma lo conoscevo già, perché lo conoscevano tutti, a Statte e non solo a Statte. Salinella, Paolo VI, Croce, Via di Mezzo e Tamburi: un saluto per chiunque, che di solito era un soprannome o una parolaccia, senza mai un grammo di malignità; o una pacca per qualcuno, che in genere somigliava a un’ipotesi di ricovero. Non c’era un motivo per cui non ci fossimo mai stretti la mano. Era giugno, molto caldo, così presi un po’ di Raffo grandi da Maria la Rossa, che era a due metri e quindi sarebbero rimaste fredde, e lo raggiunsi nel suo ufficio, in mezzo alle macchine, fianco all’allora Sidis: tre assi in legno, plastica per soffitto e angurie per pareti. “Sì, mò fazze ‘u melunàre”, si presentò. Sorrideva poco, ma sorrideva sempre: dentro. Non ne faccio l’agiografia, non è stato un santo ma trovatemene uno. Neanche conosco le sue zone d’ombra: anche perché per anni non ho saputo più, fuori io da tutti i radar, fuori lui dal mio. Racconto.
Scoprii un ragazzo, allora 24enne, capace di ragionamenti sottili, di argomentazioni acute, tanto in dialetto quanto in italiano, a seconda. Con un gusto per la provocazione, per lo sberleffo e per l’aneddotica, degno dei grandi sceneggiatori. Qualche anno prima, sempre nello sterrato della sfinente arte del campare, aveva seguito suo padre a Parma, per un lavoro schiavistico in una ditta di qualcosa. Però la vita, là, era carissima. Mi descrisse la sua passione: ‘u pane d’u paìse, no ‘u sé’ , con olio, pomodori, origano e sale. Mimava il gesto dell’oliera come se non fosse stato il pasto più semplice e povero del mondo, ma la creazione del più memorabile chef. Così era andato a fare la spesa. Quanto stanno i pomodori?, aveva chiesto all’ortofrutta. Cinquemila lire al chilo, risposta del  tipo. Ah, disse Antonio. Quindi, quanti ne vuole? “Minze”, replicò lui. L’ortofrutta tradusse dall’arabo: “Mezzo chilo?”. “Nòne, minze pumedòre: cu’ le prizze da làdre ca facìte…”.
FACEVA CALDO, in quel lager plastificato. Sicché un giorno della settimana precedente, mi raccontò, si era reso conto che stava per morire: “M’a crèdere, stè’ pigghiàve fueche”. Non c’era altra soluzione: sollevò il vascone con l’acqua per le angurie, cinquanta chilo/litri almeno, e se lo svuotò in testa, vestito, in piedi e tra le macchine. Sbigottito, un tizio al volante inchiodò con gli occhi sgranati. E Antonio: “Ce cazze vué’? A pelle è pelle”.
All’epoca non era ancora così fidelizzato all’appartenenza rossoblù, va’ a capire come funzionano certi processi: forse aveva ancora bisogno di trovare la famiglia che lo avrebbe amato, e da cui si sarebbe fatto amare. Non esiste una bandiera di sé stessa: esistono (molti) uomini con un bisogno fottuto di indossarne una. Non so se sia stato il suo caso. La domenica, all’epoca, era ancora facile incontrarlo alle partite dello Statte, Seconda, Prima Categoria, per un qualche amico in campo ma con l’orecchio alla radiolina in attesa dei gol della sua Juve. Quella volta la Libertas giocava contro il San Paolo Bari, partita talmente sentita che i supporters ospiti erano sbarcati con due bus. Antonio guardava il match ma se ne fregava poco, passavano i minuti e la Juve di Lippi non sbloccava contro ‘sto cazzo di Cagliari. Nel mentre, i galantuomini baresi, il più lindo dei quali era appena evaso dai domiciliari, ne urlavano di tutte e contro tutte le madri, famiglie, destinazioni stattesi. A 5’ dalla fine la Juve era ancora sullo zero a zero e aveva sbagliato il millesimo gol, così Antonio, o Gioppino, fate voi, incazzato nero con Vialli e Del Piero decise che mò, baresi, “m’avìte cacate ‘u cazze”.
E corse verso di loro. Da solo.
La partita fu sospesa. I due poveri carabinieri di servizio non sapevano a che santo votarsi.
Mi stupii, l’indomani, di non aver letto sulle varie cronache gazzettistiche un titolo del tipo: Cento ultras baresi aggrediti da un facinoroso tarantino. Sarebbe stato congruo. Reale, pure.
AMAVA DISCUTERE, odiava essere contraddetto. Capiva di calcio e di vita per averne troppi tatuaggi sulla pelle: come tutti, del resto, quelli che tifano Taranto e che a Taranto fanno la fame, due combinazioni che non si augurano al peggior nemico. Antonio portava con sé la dolcezza e l’angoscia del sopravvissuto che può respirare solo sino a stasera, domani chissà. Pacce p’u Tarde e Core Sckattàte: titoli, storia, striscioni e memoria. Se i tuoi argomenti lo deludevano, ti bollava: “Sì’ pròprie de l’anno scòrse”. Se, peggio, lo indisponevano, ti scomunicava: “Sì’ pròprie de do’ anne fa”. Portava con sé sempre un detto, il jolly per qualsiasi tua certezza disfattista. “Pe’ tutte sté’  ‘a medicìne…”. Appendeva i puntini di sospensione a un’ improvvisa malinconia.
Invece per te no, vecchio mio, non c’era e non c’è mai stata, la medicina. Ha pompato quanto ha potuto, il tuo cuore generoso, nella casamatta del quintale e mezzo: poi, non ce l’ha fatta più. L’ultima volta in cui ti ho (ri)visto è stata alcuni anni fa, quanti non ricordo, per sbaglio a un gran torneo di calcetto, tu tanto per cambiare eri coach, diesse, diggì e patron di una qualche grande squadra che forse si chiamava, sempre tanto per cambiare, Ultrapaz. Andò! Ti raggiunsi. Anziché rispondermi, mi abbracciasti forte per come forte era secondo te. Andai a riprendermi il midollo spinale sulla recinzione in alto a destra, con una scala.
ALLORA adesso finalmente riposa, Antonio, anzi Gioppino: è arrivato il momento per questo e anche per dirlo. Non c’è più un altro domani, non esiste un altro chissà. Vorrei essere certo che dove vai ora non sarai costretto a vendere melùne a Statte, né mandarini ai Tamburi, a sdivacarti mezzo quintale d’acqua sulla testa, a litigare con gente che di calcio non ne capisce come te e a sbattere su ladroni che, per un chilo di pomodori, ti chiedono cinquemila.
Perché poi forse lo dice pure Cannavacciuolo che pane, meglio se di paese, olio, origano, sale e pomodoro, la bruschetta o come cazzo la chiamano in ogni regione, tanto ciascuno pretende il suo nome e alla fine è sempre lo stesso, vedi Antonio e Gioppino, beh, lo dice pure lui che è proprio quello là il piatto migliore del mondo.
No ‘u sé’…
Sì.
Ciao
Marco