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Gio, Ott

Mi piacerebbe vincere con il mio Taranto

Mi piacerebbe vincere con il mio Taranto

Calcio

Intervista a Lugi Panarelli che si confessa a CosmoPolis. "A proposito di soldi, lo sai cosa ho fatto col primo contratto? Ho comprato casa ai miei (...). Ho un legame forte con i quartieri popolari della mia città. I Tamburi ad esempio. Ci ho vissuto due anni, ci ho fatto le medie alla De Carolis. Quella periferia aveva un sapore diverso, la gente era diversa, si respirava la dignità di una città problematica del Mezzogiorno d'Italia"

Solo quando, a riflettori spenti, fissi sulla cartina le varie tappe dell'itinerario riesci realmente a pesare il tuo viaggio. A comprendere il significato, l'importanza che una sosta, una fermata accidentale oppure uno stop fortemente voluto rivestono realmente. Ponte Girevole, Maschio Angioino, Mole Antonelliana e Colosseo, poi ancora Cupola del Brunelleschi senza dimenticare Castel del Monte, giusto per citarne alcuni, risiederebbero alla perfezione nelle prime pagine dell'agendina di un turista straniero alle prese con un tour culturale del Bel Paese. Potrebbero e invece no, almeno non oggi e non per noi. Per noi che piuttosto che con un monumento identifichiamo quei luoghi dai colori sociali, rosso e blu invece che granata oppure azzurro. Splendida malattia. Per noi che il calcio lo viviamo con aristocratica saccenza, questa è solo la narrazione senza artifizio della vita di un terzino, facciamo di un esterno. Nome Luigi, cognome Panarelli, segni particolari: testardo e fiero d' esserlo.
LA MIA TARANTO "Sono nato a via Istria, davanti allo stadio, credi sia un segno del destino? Probabile. Fino a 10 anni sono rimasto lì ma ho un legame forte con i quartieri popolari della mia città. I Tamburi ad esempio. Ci ho vissuto due anni, ci ho fatto le medie alla De Carolis. Quella periferia aveva un sapore diverso, la gente era diversa, si respirava la dignità di una città problematica del Mezzogiorno d'Italia che non voleva piegarsi alla rassegnazione. Per noi bambini di quegli anni lo svago era uno ed uno soltanto, inutile spiegarti quale. Cercavamo quattro pietre, facevamo due porte e via con partite interminabili sul catrame che finivano solo quando il genitore di qualcuno si attaccava al balcone fischiando per farci capire che era orario di ritornare a casa, controvoglia naturalmente. In quanti si giocava? Ma non lo so, non era importante, se si arrivava a sette si faceva tre e mezzo contro tre e mezzo, che problema c'è?"
L'ILVA, GLI UNIFORM E L'ASSITARANTO "Ho imparato tanto per strada, ma la famiglia, il calcio e la scuola mi hanno formato, e non è una frase fatta. A scuola ero maniacale, mio padre lavorava in Ilva per sedici ore al giorno ed io vedendolo distrutto al ritorno a casa pensavo che avrei voluto prendere un'altra strada. A Taranto la scelta era tra la fabbrica e la Marina Militare. I miei genitori per me hanno fatto sacrifici enormi ed io spero di averli ripagati. Ho ancora negli occhi mio padre che mi inseguiva quando mi tagliavo i jeans Uniform che mi aveva comprato. La mia prima squadra è stata l'AssiTaranto, ogni anno cedeva quattro ragazzi al Taranto e nel 1987 toccò a me, all'epoca giocare nel settore giovanile rossoblù, rappresentare la propria città era un vanto unico, una meta che non tutti sono riusciti a raggiungere, ed io ne sono sempre andato fiero"
IL PRIMO ATTO "Nel 1993 Il Taranto di Carelli viene cancellato dal calcio che conta, ed anche io che nel frattempo avevo portato avanti tutta la trafila delle giovanili resto senza squadra. Spinelli e De Gregorio organizzano un raduno per classe 1974 e 1975 a caccia dei nuovi under ed io che sono un '76 ricomincio dalla Juniores. Nel corso della stagione faccio bene e mi metto in mostra. Inizio ad allenarmi con la prima squadra fino a quel 27 marzo quando Franco Selvaggi, che poi ritroverò a Crotone, mi fa esordire. Sapevo chi fosse ma nonostante sia cresciuto con il Taranto non lo avevo mai visto sul campo. Avevo la numero sette ed il cuore in gola. Giocavamo a Castellaneta, campo in terra, contro il Canosa, un'emozione che non riesco a descriverti, credevo di aver già tagliato il traguardo e invece era solo il battesimo. L'anno dopo parto per il ritiro con la prima squadra. Metto insieme dodici presenze e faccio anche un gol. Che squadra quella, un sacco di tarantini sia over che under, Gianluca (Triuzzi, ndr), Simonetti, Talilli. Non posso fare a meno di buttare giù considerazione se penso a questi ragazzi, prima venivano fuori davvero quelli forti. La selezione era più ferrea, mi spiego: se Sergio De Tommaso, lo stesso Simonetti oppure Sergio Magno fossero ragazzi di oggi non ho dubbi che da grandi farebbero i calciatori. Io sono stato aiutato da una dote che mi ha sempre contraddistinto, la caparbietà. Uscivo da scuola, andavo con il pullman a fare allenamento, tornavo a casa di sera e studiavo, diventare calciatore era davvero un miracolo. L'ultimo anno a Taranto fu quello della svolta, esordio in C2, primo gol tra i prof, l'interessamento di tante società importanti, tra cui l'Inter. Scelsi il Napoli e non me ne sono mai pentito".
NAPOLI, LA COPPA ITALIA E LA CASA DEI MIEI "Vestire l'azzurro è un sogno. Ci sono arrivato giovanissimo in un momento storico in cui il campionato italiano era il migliore del mondo, non me ne voglia nessuno ma all'epoca c'erano i campioni veri. Non era facile imporsi anche perché a ventiquattro anni eri considerato ancora un ragazzino che doveva farsi le ossa ed il confronto con i grandi non era proprio semplice, dovevi stare a quello che dicevano loro, e basta, poche chiacchiere. Quando  poi sono passato io dall'altra parte gli allenatori ci chiedevano di proteggere i più giovani e non sempre le cose andavano a dovere. Il primo anno il campo non lo vedo molto, in campionato non gioco mentre l'esordio lo faccio, neanche a dirlo nella finale di ritorno di Coppa Italia, al Menti contro il Vicenza. Nei quarti avevamo eliminato la Lazio, mentre in semifinale sbattemmo fuori l'Inter ai rigori. All'andata al San Paolo c'erano ottantacinquemila persone, lo sai cosa significa, Dario? Vincemmo uno a zero. Al ritorno subito sotto, Caccia si becca un rosso e arriviamo ai supplementari stremati. Prendiamo due gol negli ultimi due minuti del secondo tempo, addio coppa, e addio premio. A proposito di soldi, lo sai cosa ho fatto col primo contratto? Ho comprato casa ai miei. L'anno dopo ho messo insieme diciassette presenze in serie A, togliendomi la soddisfazione di essere titolare contro l'Inter di Ronaldo a San Siro, col Milan e con la Juventus. A fine partita scambiai la mia maglia con quella di Del Piero. L'esordio? A Bologna, al novantesimo perdiamo due a uno, rigore per noi, dovrebbe battere Bellucci che è il rigorista ma il pallone se lo prende di forza Calderon. Mazzone dalla panchina gli urla di tutto, lui lascia la palla a Claudio che calcia e scheggia la traversa.  Alla fine perdiamo cinque a uno, prendendo tre gol nel recupero, ma il bello viene negli spogliatoi con Mazzone che attacca l'argentino al muro (il centravanti lascerà il capoluogo campano nel mercato di gennaio, ndr). Mazzone? Grande gestione del gruppo e grande capacità di stabilire empatia con i calciatori, caratteristiche diverse da Gigi Simoni, allenatore vecchio stampo, mai troppa fiducia nei giovani. Ricordo che appena arrivato mi chiamò in disparte, fece arrivare il magazziniere Tommaso Starace che mi tagliò i capelli obbligandomi anche a togliere l'orecchino. Se devo essere sincero qualche rimpianto mi resta, io quel periodo non me lo sono goduto, non mi rendevo conto di quello che mi stava capitando, fino all'anno prima avevo sempre visto le figurine dei campioni, adesso ero diventato io una figurina".
IL MONDO, IL CONSIGLIO DI BATI E LE CENE CON TOTTI "Un'altra stazione fondamentale è Torino. In granata trovo Mondonico che a noi giovani ci chiamava bimbin, questo ti lascia capire come fosse un personaggio abbastanza schivo. Preferiva mantenere le distanze e forse era giusto così. In quegli anni, devo essere onesto, ho scoperto la vita e di conseguenza ho giocato poco. Avrei dovuto fare come facevano i miei compagni, mentre in quel periodo per me era sabato ogni giorno. Sai, non vuole essere una giustificazione, ma proprio in quel momento mi sentivo arrivato, e visti i tanti sacrifici che avevo fatto per giungere lì mi feci prendere da un modo sbagliato di vivere. Queste cose le capisci sol col senno del poi. Primo anno scendiamo in B, il secondo vinciamo a mani basse il campionato, io però volevo giocare e quindi chiedo di andar via. Scelgo Crotone ma non è il mio mondo e me ne accorgo presto. Via dalla Calabria mi vuole il Palermo di Franco Sensi e ci arrivo dopo aver firmato con la Roma. Credono in me, vado in ritiro coi rosanero, dopo dieci giorni Zamparini compra la società e fa piazza pulita. Io torno alla Roma, lo sai che giorno è? Il trenta agosto. Dove trovi una squadra l'ultimo giorno di mercato? Mi chiama Giovanni Galli, mi dice che mi vuole alla Florentia ma io in C2 non ci voglio andare. Mi convince Batistuta. Che uomo il Re Leone, a distanza di anni abbiamo ancora un amico in comune, il miglior parrucchiere di Firenze, Sarino. Accetto, vesto il viola, squadra stratosferica: Di Livio, Riganò, Maspero, Diamanti, Quagliarella. Vinciamo il campionato, e faccio anche un gol da tre punti che dedico a mio zio Adolfo, scomparso proprio in quei giorni. Firenze non conosce categoria, ti fa sentire calciatore, vive la sua squadra come un appendice. Fu un anno meraviglioso, così come fu fantastico tornarci nel 2017 quando ci premiarono prima di Fiorentina – Lazio. Stagione 2003/2004 il richiamo di casa diventa irresistibile e scendo giù a Taranto, al cuore non si comanda. Annata disastrosa, retrocessione dopo gli spareggi con la Fermana, società assente, una sola mensilità in tutta la stagione, all'epoca però se non pagavi non ti penalizzavano. Brutta esperienza. Ritorno nella capitale e scottato dall'ultima stagione comunico alla dirigenza che in C non ci torno più, non mi va di perdere soldi. Resto a Roma sette mesi con Del Neri, un maestro, insieme all'elitè del calcio mondiale. Totti? Il Re di Roma, ricordo quando andavamo a cena assieme a casa di Cassano, uno spasso. Quello che ti resta è il fatto di vivere assieme a gente che ha vinto tanto, che da del tu al calcio ma che nonostante la superiorità non ti fa pesare la propria grandezza. Uomini veri, un piacere oltre che un onore aver condiviso una parte del mio percorso assieme a quei campioni. Ultima fermata prima di un lunghissimo peregrinare in prestito sino al ritorno a casa".
VIA APPIA "Ero a Brindisi, incontrai ad un cena Enzo D'Addario che mi riconobbe. Parlammo molto e mi chiese se volessi tornare a Taranto. Detto, fatto. Firmo, dopo poco la caviglia fa crack. L'anno successivo con Dionigi allenatore avevamo un gran gruppo, otto presenze ed un sogno infranto in quel maledetto stadio Flaminio. A cuore aperto ti dico che rimasi molto male per la mancata conferma, avrei potuto fare da chioccia per i più giovani ma va bene così ormai è acqua passata".
GIGI OGGI ED IL SOGNO "Oggi studio, dodici ore al giorno per migliorarmi, per affinare quanto ho appreso dai tanti tecnici che ho incontrato sulla mia strada, ognuno con caratteristiche differenti. Dedico al calcio la maggior parte del mio tempo, alle volte sottraendolo agli affetti più cari ma lo faccio oltre che per ambizione anche perché voglio che alla mia famiglia non manchi quello che io ho dovuto sudare. Bisogna conoscere il sacrificio per apprezzare le piccole cose. Cosa chiedo alla vita? Due cose, la prima di darmi la possibilità di vivere una carriera da allenatore similare a quella che ho avuto da calciatore, perché l'affronterei con maggiore consapevolezza, con spirito di sacrificio e responsabilità differenti e la seconda di vincere col mio Taranto. Riuscirci sarebbe una gioia solo leggermente inferiore alla nascita di una figlia".
Ad Maiora Gigi, piacere tutto mio.