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Gio, Ott

Tanti auguri, Iaco

Tanti auguri, Iaco

Calcio

Un mito non si discute, lo si ama e basta. Attraversa le generazioni, attribuisce un senso alle identità vere e non a quelle inventate. Oggi Erasmo Iacovone avrebbe compiuto 68 anni. Gli giungano, ovunque egli sia, gli auguri sinceri di CosmoPolis

Che cos'è il mito? È l'immagine che travalica le generazioni sino a diventare fattore identitario anche di chi non lo ha vissuto. È passione mista a fede, in alcuni casi come il nostro, speranza tradita per volontà del fato. Condizione amara ed isolata nella sfortuna di essere tale, che rende ancor più saldo e viscerale il rapporto tra il "Santo" ed i suoi "fedeli". L'atavica ed incompiuta rincorsa alla soddisfazione, da sempre croce delle nostre latitudini, trova il più fulgido degli esempi in quella favola spezzata a metà, in quella storia ascoltata mille volte dalle generazioni che non hanno toccato con mano l'Erasmo uomo, dovendosi accontentare dello Iacovone mito. Sembra un paradosso eppure non è la stessa cosa. Non basta per definirsi innamorati, ci vuole di più. Serve aver ogni volta sperato dannatamente, che giunti con l'altrui narrazione e con la mente propria a quello stramaledetto incrocio, di quell'Alfa GT non ci sia traccia e che la povera e brutta Dyane di Paola passi indenne il bivio più stretto della sua vita. Passi e vada spedita, in tutta fretta verso casa. Questo il sogno triste di chi quel giorno non lo ha vissuto. La speranza effimera di chi ha dovuto credere come si fa col Vangelo e nonostante il lecito distacco proprio di chi non appartiene al momento, professa devozione assoluta nei confronti di una delle poche effigi capaci di unire una comunità volutamente spaccata da invidie e frustrazioni personali. Sovrabbondante emblema di quello che potrebbe essere e che invece non è mai. È il desiderio degli assenti non per scelta, per necessità d' anagrafe. Di chi il volto schivo di Erasmo l'ha visto solo in foto, su una bandiera, eppure si taglia la gola a forza di urlare quel nome, anzi quelle quattro lettere che a noi, ragazzi nati dopo il millenovecentosettantotto hanno insegnato manco fosse l'Ave Maria. Questo è Erasmo Iacovone, visto con gli occhi chi non lo ha vissuto. Questo è il mito di una città maledetta che continua a spurgare sangue da una ferita che non si potrà mai rimarginare. No, non è la Serie A sfuggita a mancarci, ma sei tu Erasmo, simbolo di un popolo, di una svolta mancata, di un'occasione tradita. Emblema di un destino vigliacco, che ti ha strappato al pallone per farti diventare immortale.