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Dom, Lug

Taranto - Catania, dov'è la verità?

Taranto - Catania, dov'è la verità?

Calcio

Compie diciotto anni il dolore (non solo) calcistico della partita che più ha segnato, e forse definitivamente, il cuore, la passione, la speranza del pallone rossoblù: ne ripercorriamo antefatti, retroscena, figure, figurine e figuri

Se Taranto-Catania è la mamma di tutto l’amore fottuto e del cuore in malora, allora è la madre baldracca di tutti i muretti a secco del rimbalzo rosso e blu. Volete chiederle da dove proviene? Accomodatevi, è già tanto: vi risponderà come una puttana gitana, in sette lingue, un tanto a tariffa, e voi rimarrete peggio di come stavate prima. Diventa maggiorenne, tra pochi giorni: 18 anni dal 9 giugno 2002. Da festeggiare senza prosecco: per collusione, credulità, mortadella sugli occhi, (neo)infanzia perduta. Ciascuno si rinchiuda nei propri scaffali. Scegliete: il tempo (non) è passato invano. Un'altra volta, nei sei anni seguenti, il Taranto sarebbe tornato a una partita dalla B; e non ce l’ha fatta. Ma nessuno e niente ha più devastato l’anima con lacerazioni incurabili e simili a quella: la forza, la passione, lo sfinimento scolarono là. Mi disse poco dopo Menefotto, l’artista invisibile e parodistico di ‘Tifo è amicizia’: “Io chiudo qui, al 9 giugno 2002”. E aveva delfini nel sangue.
Chiudemmo in tanti.
Forse tutti.
Ma la verità, in quale cazzo di tombino è finita, o abitò mai?
 
NON PRESUMO, non pretendo di mostrarne il certificato. Ero dentro quegli anni, era il mio lavoro, a stento mi dava da sopravvivere, ma da vivere sì: per riacceso entusiasmo, per radici applicate. E per mestiere, rigoroso: un problema che diventò quotidiano, una condanna che mi mise a rischio. Dettagli. Non importo. Non importa. Non è questo che sono stato chiamato a raccontare da Vincenzo Carriero, il Direttore.
L’antefatto fu, è, biennale e contorto, variegato e finanche splendido, per alcuni tratti. Pieroni, ufficiale poco o non pagatore di una società di cui era il cosiddetto patron, come piaceva a lui (vedi Ancona in B), si era appropriato del salto dalla D alla C2 nel 2000, in quanto “uomo di calcio”; il cui merito era invece della ciurma di Angelo Carrano che, senza mollare mai, nelle ultime gare scalò con ostinazione il secondo posto e si mise in prima fila per il ripescaggio (presidente Papalia) da regolamento (miglior seconda dei nove gironi). L’anno successivo, onore al merito, Pieroni fu bravissimo a creare entusiasmo e merchandising all’altezza di una città che non poteva, non potrebbe (in teoria) mai farsela in bassifondi talmente fangosi: non c’era tifoso che non girasse con uno stemma, un gadget, una t-shirt, una sciarpa dedicata alla rivalsa, alla speranza, alla risalita, all’ambizione del Tardo di Buso prima e di Silva poi e alla maestria misteriosa di un ex intonachista siculo che si chiamava Riganò ma che, per gradi, nei sedici metri divenne sempre più Riga-sì. Rimonta formidabile da meno undici sul Campobasso, che pareva irraggiungibile. Che goduria bimba quelle felpe, i giacconi, le maglie Ropam-Raffo bianche, grigie, celesti: ce le regalavamo al posto dei libri, tra amici e parenti, certe invernate ancora indosso quella bianca a maniche lunghe e ci passo una mano. La sera, la notte del salto in C1 vagammo buttando via l’orologio e aspettando il rientro del bus dalla Campania. Taranto era una fontana: quella dei nostri occhi e quella di Piazza Ebalia. Come quando credi di non averne più, per dodicimila sconforti e pugnali, e d’un tratto ecco il sorriso di una donna. Quella giusta. Anche no.
La donna che sorride giusto. In quel momento là.
Azzannammo la terza serie e piangemmo di felicità.
 
PIERONI ritenne che Massimo Silva avesse già dato, e comunicò agli ufficiali pagatori (Giove, Simonetti, Palma, Tagarelli) che bisognava puntare sul nero: come i capelli mosci del 36enne Eziolino Capuano, uno che lo chiamavi e ti diceva scusa, sono al Trafford con Alex Ferguson, seguo l’allenamento dei Devils, ci sentiamo dopo. Incazzoso e sacchista, Capuano durò ben quattro turni. Grottesco: in alcuni lo criticammo parlando solo (di calcio), e diventammo nemici della cosa pubblica (con minacce al seguito); Pieroni lo fece fuori per eccesso di favella, e noi diventammo doppiamente nemici pubblici anziché cronisti della prima ora (si scoprirà il percome). Due fortunate vittorie, due controverse sconfitte: la seconda, a Chieti, fu una ghigliottina annunciata. Capuano accusò platealmente la squadra di avergli giocato contro per ordini dall’alto. Vero? La prestazione, miserabile e invereconda, testimoniava per e con lui. La prestazione. Vero?
Fuori Ezio, fine settembre 2001.
Dentro il Professore.
 
GIANNI SIMONELLI, hombre vertical, con quel calcio, con il calcio che girava e gira c’entrava e c’entra poco e niente: cultura inaccettabile (laurea in Lettere Classiche), interviste zero (una parola è troppa, nessuna è meglio). Ereditò una situazione complessa ritrovandosi tra l’incudine e il martello: ma mai accettò di farsi zerbino. In superficie, tutto splendeva secondo quanto tramandavano i leccaculi; se provavi a obiettare: occhio, signori, ci sono delle crepe, dovevi affrontarne le conseguenze. Però, irraggiungibile l’Ascoli, il Taranto dell’incontenibile Riga-gol e dell’intermittente, fatuo Triuzzi regalava più delizie che croci, giocandosela in stagione col Catania di Ammazzalorso, poi Vierchowod, poi Graziani-Pellegrino, tra il secondo e il terzo posto in chiave playoff (1-0 qui, con orribile striscione a irridere Sant’Agata; 0-3 lì).
Nel mentre, ne capitavano tante. Ma tante. Un’annata, a ripensarci, come se fossero dieci.
Provo a farne un sunto.
Uno. Pieroni scomparve. Fisicamente e non. Divenne un numero di telefono a uso dei bimbi belli, buoni e bravi. Avrebbe più messo piede qui due, tre volte, pure in incognito.
Motivi vari. Familiari, in primis, ma il gossip non è il mio campo.
Due: tra quelli, alcuni tecnico-economici. Gli ufficiali pagatori, Giove in testa (firmava la società da presidente), si erano stufati di ricevere ordini e mettere mano al libretto. Giove, di cui si narra la sberla in un hotel cittadino che avrebbe fatto girare sei volte la testa di Ermanno (acquisto non condiviso di Caserta e Millesi: Massimo, confermi?), capitanò ufficialmente lo strappo e, insieme al diesse Evangelisti, si schierò contro il Patron.
E con Simonelli, e con la squadra. Apparentemente compatta: sull’Aventino. Apparentemente. Risultati e impegno alla mano, sì. Per il pezzo finale. Quasi tutto il pezzo. Quasi. Quasi tutta la squadra.
La squadra che non riceveva stipendi, se non in grave ritardo, altro che Patron.
Aldo Monza se ne fece interprete pubblico, con dichiarazioni dure.
Peccato che, sul palco della carnevalata da Massafra in diretta Studio 100 con tanto di Rossella Brescia e guinzagli opportuni, il Capitano (poco) Coraggioso mercanteggiò il livore ritorcendolo contro “i soliti giornalisti” (indovina quali).
Tre: come mi rinfresca la copia del contratto che conservo, e che rileggo ora, il 20\06\2001, dunque ben prima che Giove passasse alla fronda (Massimo, racconta), il Taranto Srl si era consorziato con la sullodata Studio 100 e, udite, con il Corriere del Giorno; quotidiano locale che, come sapete, ormai da anni ammira le piante dalla parte delle radici. Tra le clausole, che tutt’oggi trovo come minimo sconcertanti, si affermava che l’unica pubblicazione ufficiale riconoscibile era quella di un (loro) mensile, tranne che non esisteva e non aveva un nome; che all’interno dello ‘Iacovone ‘ era consentita la distribuzione unicamente di inchiostri provenienti da quelle testate; che i tesserati rossoblù potevano dare udienza ad altri, fuori dalle due testate a consorzio, “per una sola volta, a rotazione ogni 21 giorni”. Palese violazione del diritto di cronaca, protestammo all’Ordine. Lavorare ci era stato reso quasi impossibile. L’Ordine rispose: ma no, che dite. Tutto regolare.
Tutto regolarissimo.
 
IL GRANDE ‘PATRON’, Ermanno Pieroni da Jesi, ex arbitro di C, era stato qui da dipendente (diesse nell’88) e c’era tornato da industriale nella primavera del 2000. Nel frattempo, s’era attaccato alla tetta di Luciano Gaucci e insieme avevano scalato gradini verso la vetta del benessere (personale). Degli incroci societari e azionistici di Luciano buonanima, tra intestazioni a figli e semmai, perché no, alla neocompagna Elisabetta Tulliani (ex del figliolo grande), si perse la fila: Perugia, la casamadre, poi Viterbese, Catania, Samb.
E l’Ancona di Patron Pieroni? Eh, diavolo, ma tutti sanno che avevano litigato… Come no. Che spettacolo, le tammurriate che si lanciavano a mezzo stampa; specie l’Ermanno, col suo eloquio accorsato in terza rima.
Fiorivano i loro balconi, all’alba del Duemila.
Non altrettanto negli anni seguenti.
Ma certo, una congiura del Sistema, avrebbe urlato Gaucci Riccardo, che insieme a suo fratello Alessandro avrebbe preso 20 mesi per falso in bilancio e plusvalenze fittizie. Papà Luciano, nel frattempo fuggito (e rimasto) a Santo Domingo, avrebbe patteggiato tre anni: associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale nel crac da 80 milioni del Perugia; e distrazione di fondi nel passaggio di Nakata alla Roma.
Argomenti comuni e affinità elettive. Pieroni, il terzo jesino più esimio della Storia dopo Federico II di Svevia e Gibì Pergolesi, nel 2004 si sarebbe fatto un po’ di gabbio per i 4 anni di reclusione relativi al crac dell’Ancona, con 12 milioni di fondi distratti dalle casse sociali e trasferiti su conti personali; e prescrizione per truffa e false fatturazioni. Sei mesi di pena residua gli sono stati notificati nel marzo di tre anni fa, e nuovamente gattabuia. Quell’Ancona aveva un passivo di 37 milioni.
Mica tutto qui: metteteci inoltre i due anni e mezzo per falso in scrittura privata e truffa a otto giocatori e Figc, relativamente alla stagione tarantina 2004\2005 (tra cui Panarelli e Triuzzi); condanne da un anno a 8 mesi riguardarono anche l’ex presidente Stanzione, l’ex diggì Telegrafo e lo stesso Massimo Giove: da bancarotta fraudolenta a documentale.
Ecco i due ‘litiganti’, senza il terzo che gode.
Ecco i due presunti ‘sfidanti’, in tempi ancora grassi come il loro girovita, quanta salute, alla vigilia dell’altrettanto presunto redde rationem tra Taranto e Catania, 2-9 giugno. Anno del Signore, anzi dei (due) Signori, 2002.
 
LA FINALE D’ANDATA, al ‘Cibali’,  la giocò il Taranto e la vinse il Catania grazie a una perla di Fini, trequartista geniale che col sinistro (era destro) la mise all’incrocio. “Una vergogna”, avrebbe anni dopo dichiarato Mimmo Giugliano, con bersaglio ben preciso: Brighi da Cesena. Due rigori ignorati, un gol buono tolto a Marziano. “Fu evidente il suo cambiamento tra primo e secondo tempo”. Cos’era accaduto? Dettagli: botte a Ciccio Galeoto nel tunnel e invasione invasata di campo di Gaucci senior (presidente ‘ufficiale’ era Riccardo). Brighi avrebbe giustamente fatto carriera, sino ad arbitrare in modo commovente la sua ultimissima performance: Napoli-Juve, finale di Coppa Italia 2012, riuscendo a negare penalty a Marchisio dopo un calcio in area di Aronica per giunta come minimo da ammonizione.
Al ritorno, come anche i chiodi sanno, al Taranto sarebbe ‘bastato’ l’uno a zero, in virtù del miglior piazzamento in regular season. In semi playoff, noi avevamo scavallato di bava il Lanciano e loro il Pescara. Il pronostico ci aveva dati per favoriti? Non ricordo lo fossimo più, in quella settimana infernale.
Non era un’epoca social, i blog lasciavano una stria risibile. Non c’erano gli smartphone, la gente ancora non aveva l’arnese per fotografare anche il proprio copricesso al mattino. Sarebbe cambiato qualcosa? Mah.
Se ne dissero così tante.
Il venerdì giocai una partita di calciotto con colleghi giornalisti. Rivestendomi, sbigottii ascoltando la gara tra chi ne sapeva di più. Uno aveva visto Gaucci e Pieroni cenare a Francavilla, uno passeggiare a Oria, uno aveva un amico che li aveva fotografati a Fasano. Minchia, pensai: che scoop. Quanti fulmini sempre sulla notizia.
Non uscì un cazzo.
La gara a chi ce l’ha più lungo era finita prima di cominciare.
Tutti muti.
 
PURE I PIEDI, la domenica pomeriggio. Soprattutto i piedi.
Si rivide Pieroni, un’apparizione che tutt’oggi il Vaticano si interroga in concilio se dover annoverare tra le visioni di Bernadette nella grotta di Massabielle; ma durò venti minuti (essendo una visione), poi il terzo jesino più esimio della Storia fuggì e non si capì bene perché (litigi, sì).
In campo.
Il campo.
Afa. Facce stravolte. Due passaggi di fila: record da Guinness. “E’ calcio da cava, senza una logica”, avrebbe scritto Lorenzo D’Alò, aprendo così il suo pezzo: “Tutto è come non doveva essere”.
O come doveva?
Non c’è giorno, credo, in cui prima o poi il tifoso tarantino non continui a domandarselo. E sono trascorsi 18 anni.
Fu una partita vera? Una prestazione vera?
Quanto e come Pieroni avrebbe avuto potere su una rosa che gli si era ammutinata, se ipoteticamente avesse voluto consegnare la serie B al suo paparino Gaucci? Anche perché la B lui già l’aveva, con la sua Ancona.
Vocine: ma quante.
Una mi sussurrò: segui i contratti, non questi, ma quelli prossimi, di chi e dove.
Non se ne esce. Nessun deferimento, nessuna infiltrazione. Nessuna prova.
Aldo Monza, il Capitano Coraggioso, saltò la partita: problemi muscolari.
Michelino Cazzarò: 23 minuti, poi una mano sull’inguine, tante lacrime, dentro Andrisani.
Pallegol, nel deserto del Nulla: due, una a cranio. La prima nacque da Siroti, che apparecchiò con un buco (capita) la botta certa di Edy Baggio: Di Bitonto fece un miracolo.
La seconda, a 5’ dalla fine, se la creò Riganò in torsione bassa, costringendo Iezzo alla deviazione ma con De Martis appeso alla maglia sfilata: vantaggio retroattivo, rigore solare.
Che il gallerista 31enne Mario Mazzoleni da Bergamo, fratello dell’attuale Paolo, proprio non vide. Sarà stato il caldo, che rendeva l’aria liquida. Avrebbe fatto carriera anche lui, sino alla A: prima di sbattere su Lotito (rivelò) per un Lazio-Cagliari.
Il Taranto non giocò.
Può tecnicamente succedere? Certo che sì. Come la vita, la storia del calcio è fatta di coiti interrotti e per le tensioni più ibride.
Accadde per una di queste?
Non credo.
Bisogna schierarsi.
Ciò che credo è che la squadra tutto fosse tranne che compatta. Tranne che squadra. Lo era stata: non lo era più, a quel punto. In quel bivio. Credo che alcuni elementi fossero già via. Che altri si fecero un paio di ragionamenti. Che qualche altro ascoltò le voci della ragione. E qualche altro ancora giocò con tutti questi sassi nelle scarpe, ma non per questo a perdere. Fosse stato dentro una combine, o dentro la combine, perché Riganò avrebbe dovuto rischiare di far gol, all’85’, e poi protestare così con Mazzoleni? E Di Bitonto fare quel prodigio su Baggio? Le vie del trucco sono infinite, chi lo nega. Un po’ troppo complesso. Per loro due, almeno.
Due enormi B erano state improvvidamente rasate sull’erba dello ‘Iacovone’, quel giorno: non si fa, la strega ti guarda e il Diavolo l’accompagna. L’impotenza fu più incidente della scaramanzia? Impotenza effettiva? Impotenza indotta? Il caldo torrido? I nervi peggio? Bravo il Catania, e la sua tela del ragno? La vendetta di Sant’Agata, come scrissero gli etnei, che ripescarono la B dopo 15 anni, mentre a noi mancava da 9 e manca da 27?
Non lo so.
C’è un proverbio: Dio non paga mai di sabato.
Infatti quella volta pagò di domenica, e in cambio non chiese solo le lacrime dei 25 mila spettatori: le chiese ai ventricoli di una città, di una speranza, di una storia.
E no, il Tempo non è un galantuomo, che cazzata. Il Tempo è solo una pagina di cronaca. Leggete cosa c’è scritto, di quella gente lì.
Subito dopo però, anziché continuare a piangere provate a chiedervi se in fondo, da più di qualche parte, non siamo un po’ tutti complici, ogni volta che scegliamo di credere alla stronzata che è più comoda da credere, all’imbonitore che è più bravo a vendere, al leccaculo che è più svelto a verniciare, al padre della Patria che è più pomposo a cianciare di cose come, per esempio, stampa storica, appartenenza, tarentinità.
Con la ‘e’.
Mi raccomando.