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Ven, Nov

Gravina di Puglia

Gravina di Puglia

Calcio

Lunedì 22 un tarantino, o meglio, un castellanetano (di nascita) verrà eletto senza concorrenza presidente della Figc. Vita, opere e aspiranti miracoli di un imprenditore, dirigente, banchiere, docente e manager con la lodevole dote di cadere sempre in piedi: dal Castel di Sangro in su

NEANCHE A DIRE: fumata bianca, habemus. Per avere l’abbiamo, il nuovo presidente della Figc. O meglio, stiamo per averlo: da lunedì 22 il Gravina di Puglia, Gabriele da Castellaneta, siederà sul trono del pontificato pallonaro. Ma non dovrà costringere i cardinali a sfogliare la margherita, dato che c’è solo lui, l’ultimo rimasto e il primo degli eletti (su uno). Succede a nessuno, dopo quasi un anno di sublime vacuità: smarrito il mondiale dopo l’eroico spareggio con la Svezia, liquidato il prode Ventura Highway con un premio-produzione di un paio di milioni (e mò si schiodava), registrate le astiose dimissioni (obtorto collo) dell’illuminato e illuminista Tavecchio, l’ultrasettantenne d’apparato che fu eletto nel ‘14 a scapito di Demetrio Albertini (troppo giovane, come si permette), il cosiddetto calcio italiano ha atteso il 29 gennaio scorso per provare, incredibile, a rieleggere Giancarlo Abete e quindi vedersi affibbiare (dal presidente del Coni Malagò) il commissariamento, nella persona di Roberto Fabbricini. Per la verità  dieci giorni orsono era spuntato in extremis un altro papabile, sponsorizzato (pare) dal suo (teorico) arcinemico: ma se davvero Andrea Agnelli voleva Massimo Moratti sulla gran poltrona, è piuttosto probabile che fosse per giovarsi malignamente dello sfascio definitivo. Comunque, quello che sarebbe stato il Pontifex coram populi, osannato a destra e a manca da ali di folla da far arrossire Garibaldi, benedetto e adorato da fior di editorialisti, gazzettisti, zemanisti, galantuomini, filosofi, teologi, sindacalisti della Saras, funamboli acrobati delle pompe di benzina ed esegeti del piemme Narducci, alla fine ha detto no, vi ringrazio, siete simpatici, taac! Forse la moglie non gli ha dato il permesso, o forse è impegnato col patentino; o doveva andare a comprare un colluttorio. Come che sia, il nostro pallone ha perso la strepitosa chance di farsi governare dal Massimo Splendore. Non c’era, a quel punto, che il parco del(la) Gravina.
SAREBBE QUASI BELLO, da queste parti, sbandierare che la neo presidenza federale (un incarico che varrebbe tutto nell’utopia ingenua di un cazzuto col mantello bianco, e non vale niente nella realtà storica di una marionetta per burattinai) è appannaggio di un tarantino: che vanto, che gloria, che onore per il cataldismo, sempre ammesso (non ho informazioni recenti) che i castellanetani si sentano prevalentemente così e non preferiscano invece chiamarsi baresi. Ma vabeh. Il fatto è che a Castellaneta il prossimo Arcangelo Gabriele non lo ricorda – de visu - nessuno. Un po’ come Rodolfo Valentino, nato più o meno al volo, e poi lasciatemi fare. Classe ’53, Egli d’un tratto compare nelle cronache appena trentenne, ex imprenditore, al timone dirigenziale del Castel di Sangro (5mila abitanti); squadretta che diventa squadrone con cinque zompi di fila e nel ’96 si ritrova in B con coach Osvaldo Jaconi. In B, capito? Perché non il Palagiano in A, allora? Miracolo, trionfo, oasi e paradiso. Piomba ammaliato dagli States il celebre romanziere Joe McGinnis, che racconterà la favola in un libro indimenticabile, dopo dodici mesi di vino rosso e arrosticini. Sì, in effetti poi la racconterà, ma quante impreviste streghe decolleranno sulla scopa, combines, festini e pasticche comprese. Il Paradiso, a quanto pare, aveva più di qualche infiltrato. Scomparve il Castello dalle mappe dei rimbalzi, ma non l’Arcangelo. Persa una squadra dopo dodici anni di clamori, se ne trova un’altra quale che sia e neanche malaccio: consigliere di Terza serie, consigliere Figc, membro consiliare Uefa, capo delegazione dell’Under 21, consulente e socio in un paio di banche, docente a Teramo in management dello sport. Tre anni fa, ricorderete perché ci tocca, il dott. Gravina (ha la laurea in Giurisprudenza) è salito sul più alto scranno della Lega Pro, ex cara vecchia Serie C. Sgomberando superate logiche, ricorderete anche e soprattutto che, come primo provvedimento Egli propose - impose il reddito di cittadinanza a canone inverso: pagate 300mila sull’unghia, anche se siete arrivati settimi in D, e io vi ammetto in C, così facciamo un campionato grandi firme e posso venderlo meglio alla piattaforma streaming. Niente da dire, tranne che per il trascurabile dettaglio del merito sportivo. Il Taranto di Bongiovanni&Zelatore aderì con bonifico e giubilo. Seguì altra gloria.
ELETTO PRIMA ANCORA di essere stato eletto, il neo eletto parla prevedibilmente come se già fosse stato eletto. Intervistato urbi et orbi, l’Arcangelo Gravina non si sottrae neanche davanti allo sbarbatello di Radio Pecorino Libero e ammannisce (cito testualmente, ho fatto i compiti) pensieri memorabili tipo: “Serenità ed entusiasmo”, “Riforma e speranza” , “Etica e dignità”, “Socializzazione e aggregazione”, “Appartenenza ai nostri colori”; tuttavia occorre, non ci avreste scommesso, “un progetto condiviso”. Traducendo, non dice un cazzo. Ma il Gravina non è un fesso, e la testa non è quella di un burosauro modello Tavecchio. Pare, nel non detto (è quello che conta), che voglia portare A e B a venti squadre e una C di semipro con tre gironi da venti. Pare, molto più che pare, che abbia individuato nell’ex diggì juventino Marotta il possibile gestore di un Club Italia mutuato dal volley (lo inventò Julio Velasco, e non era un dirigente). Pare che voglia affidarsi a una riforma integrale della giustizia sportiva, “allo sbando nella scorsa estate”, vedi casi Entella, Ternana, Pro Vercelli, Chievo eccetera, ma no? Solo nella scorsa estate? Però s’informi bene, dott. Gravina, ai suoi interlocutori servono busti di gesso modello Palazzi (vedi sentenza 4 luglio 2011, prescrizione di mirabile tempistica per le uniche due società che, per violazione dell’ex art. 6, illecito sportivo, sarebbero dovute finire in B) e Pecoraro, stia attento a non scontentarli. Pare che gli piacerebbe un rating, si legge, “per certificare la consistenza patrimoniale ed economica delle società”, in modo che spariscano dal mondo Dinamo Ostuni e Atletico Chioggia,  ma che si brindi con bottiglie stappate dai media all’operazione Milan-Li-Elliott anziché sollecitare le Procure e procedere a retrocessioni per illeciti amministrativi (equiparati a quelli sportivi, cfr. bei propositi antichi Covisoc e Coavisoc: in teoria, prof. Uckmar): la legge non sarebbe uguale per tutti, anche per i maggiorenti? Forse che la Juventus non è finita in B e con penalizzazione? Pare, infine, che la grande battaglia sia in nome dei club di A, che allo Stato versano quasi un miliardo l’anno di tasse e ne favoriscono un miliardo virgola due per concorsi e scommesse, a fronte di duecento milioni scarsi di contributi fiscali. Sì, serve una “rivoluzione culturale” (ipse dixit), per risollevare il cosiddetto calcio italiano. Domando: oggi, cosa e chi è il cosiddetto calcio italiano? Quale poetica, quale identità, quali riconoscibili compatti indirizzi che non siano quelli degli advisors e dei gestori dei diritti, cioè degli unici soldi a pioggia che i dirigenti sono capaci di introitare, lo caratterizzano? Andate a leggervi le rose delle squadre ‘Primavera’; spendete qualche minuto per un’occhiata a certi bilanci (tollerati) e a certe politiche (stralodate, finanche). Ne mancano un paio. La prima (decisamente realistica) è di Malagò, intervistato in merito all’imminente investitura arcangelica: “Auspico un rapporto con la Lega di A, è evidente che gli interessi sono assolutamente contrapposti…”. Eh già. La seconda è dell’Arcangelo Gabriele in persona: “Il calcio in fondo è un gioco”. Sì, certo, un po’ come la campana in cortile. Auguri di cuore, dott. Gravina, e senza ironia. Non la invidio. Magari le butterà bene, e finirà pure meglio. A Castellaneta si ricorderanno improvvisamente di lei, anche i trentenni diranno di essere stati suoi compagni di banco e davanti al Bar Piccio le dedicheranno un mausoleo decisamente più bello di quell’orrore blu all’ingresso. Ci vorrà poco. Non foss’altro che per questo, la ringrazieranno nei secoli a venire e scriveranno centinaia di libri su di lei. I compaesani fedeli, mica quel vastaso di McGinnis.