17
Mer, Lug

L'anno che verrà

L'anno che verrà

Calcio

Questa potrebbe essere la stagione giusta per il salto di categoria. Ci sono le condizioni per fare bene, è necessario però remare tutti nella stessa direzione: società, tifosi, squadra e istituzioni. Con il Taranto tra i professionisti cambierebbe tutto, sono poche le piazze in Italia a vantare un così importante bacino d'utenza

Sgombrare la testa dai sinistri pensieri, puntualmente affiorati nelle teste dei ragazzi di Gigi Panarelli nell’immediato post Altamura, e riprendere sin da subito la corsa verso il traguardo. Questo è l’imperativo, categorico per tutti, che sta fortemente caratterizzando le giornate che precedono la delicatissima sfida contro la Gelbison. A celare la fisiologica frustrazione per un risultato sfuggito ad una manciata di minuti dal gong, non sono bastate le sagge parole del tecnico made in Taranto, che a caldo aveva lodato l’atteggiamento dei “ragazzi”, autori a suo dire, di una partita positiva sotto il profilo del gioco. La piazza dissente, e se pur conscia che il mezzo passo falso ci possa stare, ingoia amaro perché il cioccolatino Gravina, scartato con eccessiva facilità, aveva lasciato a tutti in eredità due cose: un senso di appagante dolcezza, al quale ci sarebbe piaciuto abituarci, e l’idea che questa squadra potesse essere lanciata verso una cavalcata trionfale.
Torniamo coi piedi per terra, nessuna strada spianata verso il successo, per arrivare fino in fondo ci sarà da sputare sangue. A differenza della disamina targata Panarelli invece, l’idea che arriva dall’esterno, è che al Taranto in quel di Altamura sia mancato il piglio della grande. L’atteggiamento giusto sin dal primo pallone, quella consapevolezza insita nel Dna di chi è chiamato al salto di categoria, di poter sbrogliare la matassa in qualsiasi momento, proprio come avvenuto non solo sei giorni addietro contro la malcapitata compagine dell’allora tecnico Di Meo, letteralmente presa a pallonate da D’Agostino e compagni, ma ancor più nella vittoriosa trasferta di Torre Annunziata, dove l’undici in casacca rossoblù mise in mostra sul bancone tutti gli articoli che non possono mancare nel nécessaire di chi deve vincere.
Ad attenuare la delusione, se poi di delusione si può parlare, ci sono i dati oggettivi. Quelli inoppugnabili, parlano di una squadra che anche in assenza di qualche elemento cardine non conosce emergenza, alternando a secondo dell’impiego questa o quell’altra soluzione, e capace di mutare pelle in corso d’opera come mai prima, Merito di Panarelli, giunto tra lo scetticismo generale, ed ora visto con un occhio diverso dall’intera tifoseria anche grazie a ciò che dice la classifica. La classifica appunto, altra nota lieta, perché se già a fine agosto era chiaro ai più che questo Taranto, se anche squadra “buona” nulla aveva a che fare con la schiacciasassi (stile Potenza 2017/2018, ndr) che i tifosi sognavano, essere lì, virtualmente ad un punto da chi segna il passo oltre ad alimentare la spinta consueta di chi affolla i gradoni dello “Iacovone” a prescindere dal risultato, stuzzica anche quella fetta di tifoseria che prima di andare al “campo”, aspetta il risultato. Non era questo uno degli obiettivi della dirigenza? Merito quindi al tecnico, ai suoi ragazzi, ma anche a chi lavora dietro la scrivania, nelle stanze dei bottoni. Il soggetto è sicuramente perfettibile, e stando alle parole del presidente Giove l’intenzione di mettere mano al portafogli a strettissimo giro di posta non manca. Tutto bello, anzi “tutto molto bello” parafrasando una voce storica (e per antonomasia poco fortunata) del calcio azzurro, ma adesso non sediamoci, riprendiamo insieme, senza buttare al vento quanto di positivo si sta ricostruendo.