Quattro allenatori, quattro direttori sportivi, quattro medici. Ma il Taranto ultimo è da zero in pagella

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La politica del “braccino corto” e la scarsa conoscenza del campionato hanno fatto scivolare il Taranto all’ultimo posto in classifica. Zelatore e Bongiovanni, strada facendo, hanno allontanato (stancato) molte persone. E’ una loro caratteristica. Una Società che vuole zittire tutti, perché non accetta la critica, non si può sopportare

Il Taranto è ultimo in classifica. Obbiettivamente. Lo sfacelo è iniziato dopo quel famoso comunicato. Da quella sera si è persa la cognizione di tutto. Ha perso la testa il vertice della Società. La frangia più esagitata del tifo. La squadra si è sciolta come neve al sole. Impaurita mentalmente. Fisicamente. Tatticamente.
Gli errori, di tutto, sono però a monte. Una dirigenza impreparata a gestire un campionato professionistico. Un budget estremamente inadeguato. Una miriade di “consigliori” alla ricerca di calciatori o pseudo tali. Badando più al costo di gestione che alle qualità tecniche. Senza mai riuscire a coniugarli assieme. Quattro allenatori. Quattro consulenti di mercato e direttori sportivi. Quattro medici. Quattro fisioterapisti. Quattro portieri. Zero attaccanti. La ciliegina sulla torta? Cobelli (la tigre della Malesia) al posto di Bollino.
Quattro in tutto. Il Taranto ultimo in classifica è però da zero in pagella. Una squadra che non esiste. Un complesso sfilacciato. Non ci sono ricambi. Una rosa scarna e con diversi scarti. Chi va in campo non è in grado di rifiatare. Di recuperare dalla fatica e dagli acciacchi. Il secondo tempo di ogni partita diventa un Calvario. Manca la lucidità e mancano le forze. Diventa inevitabile patire la sconfitta.
I paladini del nulla. Gli “yes man” del danno, continuano a difendere l’indifendibile. Una protezione ridicola alla proprietà. Dimenticando che le scelte delle risorse umane e delle strategie (una parola grossa quest’ultima) sono sempre state dettate dai vertici societari.
Volontariato dilettantistico allo stato puro. Di soggetti compiacenti e arrendevoli animati dalla sola speranza di trovare uno spazio nella struttura societaria. Chi per poter gestire il settore giovanile. Chi per stare vicino alla squadra e sedersi in panchina. Chi con la presunzione di saper consigliare giocatori e trarne qualche vantaggio. Per non parlare della Fondazione Taras il cui presenzialismo è diventato inutile. Controproducente sotto tutti i punti di vista.  
La scusa estiva delle cose fatte in fretta, perché bisognava attendere l’ufficialità del ripescaggio, non regge. A gennaio, quando la situazione non era ancora compromessa, si aveva tutto il tempo per correre ai ripari. Anziché rivoltare la rosa come un calzino (con una quantità inutile di giocatori inadeguati alla categoria) bastava intervenire, chirurgicamente, in ogni reparto. Con pochi, ma appropriati ritocchi. La coperta era corta prima, si è ristretta, ancor più, nel dopo.
Bastava affidarsi a professionisti capaci e dotarli delle risorse necessarie. La politica del “braccino corto” e la scarsa conoscenza del campionato hanno fatto scivolare il Taranto all’ultimo posto in classifica. Zelatore e Bongiovanni, strada facendo, hanno allontanato (stancato) molte persone. E’ una loro caratteristica.
Una Società che vuole zittire tutti, perché non accetta la critica, non si può sopportare. Lo sfogo di Genchi, in sala stampa, è sintomatico. Zelatore e Bongiovanni non hanno ancora compreso che il titolo della Taranto calcio non è paragonabile a quello di un club di “Pallavolo”. Il Wolley rappresenta un fatto di famiglia, oggi lo tieni in riva allo Ionio, domani lo porti a Martina, tra un anno lo trasferisci in Lombardia.  Gli cambi colori e maglia a tuo piacimento. Lo puoi chiamare Prisma, Benetton, Famila. Non interessa nulla a nessuno.
Con il Taranto calcio non si può! Il Taranto è l’emblema della città. Il frutto di una passione (infinita) che non è commerciabile. Quella maglia è “il” simbolo, ineguagliabile, di una generazione spartana. Per quei colori si può gioire e piangere. Quei colori, caro Bongiovanni, vanno rispettati. Altro che serie D l’anno prossimo!

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