Bongiovanni & Zelatore: la retrocessione ha un solo nome. Il loro

Calci da Pro
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Nessuno ha mai  puntato la pistola alla tempia di Bongiovanni e Zelatore per obbligarli a fare calcio. Si sono autonomamente referenziati. Con la Fondazione Taras (a proposito, è giunto il momento che scenda dal bus) e con i tifosi della curva. Scoraggiando ed emarginando quanti, la scorsa stagione, erano pronti a rilevare la Società da Campitiello per procedere alle operazioni, immediate, di ripescaggio. Ci sono, al proposito, prove testimoniali a livello di Istituzioni cittadine

I “processi” li lasciamo agli “appecorati”. I ritardatari. Quelli che tentano ancora di giustificare l’operato di una proprietà incapace. Il tentativo puerile di difendere due dilettanti, prestati al calcio, solo perché avrebbero speso del denaro. Male ed inutilmente, diciamo noi. L’evidenza (la retrocessione) è sotto gli occhi di tutti. Il Taranto è la prima squadra a scendere di categoria.
I risultati sono pessimi e non permettono attenuanti di sorta, per chi la gestisce. Qualunque sia l’importo delle spese sostenute, si tratta di un immenso fallimento nella gestione sportiva, agonistica ed economica. Anzi, si può ben dire che più elevati sono i costi eventualmente sostenuti, maggiore è la negligenza dimostrata.
Prima di esprimersi sul denaro speso, ci sarebbe infatti da argomentare sui ricavi introitati. Abbonamenti, incassi, pubblicità cartellonistica, sponsorizzazioni, contribuzioni liberali di appassionati, mutualità, diritti televisivi, scambi di servizi. Voci di bilancio di grande spessore  per un club come il Taranto. La media degli spettatori presenti allo Iacovone è la quarta del girone. Circa quattromila spettatori a partita. Garantiscono 800 mila euro di incassi totali, a 10 euro a tagliando. La Lega Pro ne eroga ulteriori 500 mila. La cartellonistica  (a detta di chi l’ha prodotta) 250 mila. A tutto si deve aggiungere l’emittente Media Partner, lo sponsor tecnico Joma, il main sponsor Birra Raffo. Più alcune liberalità non meglio identificate, il contributo economico del direttore generale Aldo Roselli ed altri interventi amicali che non sono da considerare semplici ammennicoli.
Parlare di ricavi totali per 1,8 milioni (euro più, euro meno) non è pertanto azzardato. I costi sostenuti da questa Società, per undici mesi di gestione, non possono essere superiori a quell’importo (ricordarsi che i contratti sono depositati in Lega). La pochezza (tecnica) della rosa allestita non concede margini a interpretazioni diverse. Rispettare le scadenze e pagare regolarmente i propri tesserati e dipendenti è un dovere (sempre), mai un motivo di vanto. L’aver eventualmente speso di più rappresenterebbe una aggravante negativa alla manifesta incapacità nel saper gestire. Non potrebbe mai essere una giustificazione, come gli “appecorati” vorrebbero invece far intendere.
Nessuno ha mai  puntato la pistola alla tempia di Bongiovanni e Zelatore per obbligarli a fare calcio. Si sono autonomamente referenziati. Con la Fondazione Taras (a proposito, è giunto il momento che scenda dal bus) e con i tifosi della curva. Scoraggiando ed emarginando quanti, la scorsa stagione, erano pronti a rilevare la Società da Campitiello per procedere alle operazioni, immediate, per il ripescaggio. Ci sono, al proposito, prove testimoniali a livello di Istituzioni cittadine.  
Sulle “castronerie” comportamentali e di gestione compiute da questa proprietà meglio stendere un velo pietoso. Sulle scelte delle risorse umane, dei tecnici, dei calciatori, dei collaboratori, delle strategie. Sulla ricerca continua di zittire quanti avevano l’ardire di evidenziare le loro “magagne” nella gestione sportiva e non. In primis chi scrive. Rincorrendo editori di testate giornalistiche e televisive, su tutto il territorio nazionale, con la minaccia di querele ed ostracismo. Senza mai tralasciare quei siparietti video di Tonio Bongiovanni (registrati e ben custoditi) che hanno più volte suscitato l’ilarità generale.
Nella ricerca dei “parcheggiati” nel dimenticatoio non può mancare Franco Dellisanti. Immolato nell’affidargli un ruolo che non gli apparteneva. Approfittando del suo amore, immenso, per i colori rossoblu. A distanza di mesi rischia, ora, una squalifica. Lui come Prosperi e De Gennaro. Abusivi ed inadeguati alla causa. Ridicolo quell’inutile turbinio di giocatori (?) con l’andirivieni di figurine impossibili. Il Taranto è stato affossato con la campagna trasferimenti dello scorso gennaio. Non con l’aggressione del 22 marzo. Si è colmata la misura andando a “scovare” gente che non giocava da tempo immemorabile. De Poli meriterebbe il “tapiro” d’oro se solo sapesse spiegare presso quale bancarella è andato a scovare Cobelli. Il bomber fantasma che aveva “dimenticato” gli scarpini in Malesia.
Aldo Roselli, con una incredibile faccia tosta, si è presentato in sala stampa a retrocessione avvenuta. Sembrava un telecomandato per quanto è stato breve nella sua esposizione (quanto vorremmo sbagliarci). Ha parlato, ancora e inutilmente, di situazioni particolari di classifica che la Lega Pro deve chiarire. E dalle!  Ha preannunciato una conferenza stampa. La attendiamo con impaziente curiosità. Ci auguriamo abbia, finalmente, tutti i crismi dell’ufficialità. Che la sede sia adeguata. Che ci siano domande e risposte e che non sia il solito monologo, inutile, intriso di amenità.
Rincorrono Zelatore, Bongiovanni e lo stesso Roselli un verbo che gli appassionati non vogliono più sentire. Rifiutano di capire che ulteriori parole, allo stato attuale, aggravano soltanto la loro posizione. Perché il popolo dei tifosi (la città intera) ha compreso che di chiacchiere inutili se ne sono fatte in quantità industriale. Che la retrocessione, per interpretazione generale, porta un nome soltanto. Il loro!  

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