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Bettina/Penelope disfa il rapporto con i tifosi

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Di certo, Elisabetta/Penelope e Tonio/Ulisse sono rimasti soli sulla prua di una imbarcazione che prende acqua da più parti. Con un destino che appare segnato. I loro comportamenti indispettiscono il prossimo. Sanno, anche se lo rifiutano, che la diserzione preannunciata è nei loro confronti. Non nei riguardi della maglia. Il tentativo di confondere le bucce con le fave (come si dice a Taranto) non da esito

Bettina Zelatore, al secolo novella Penelope, come lei stessa ama definirsi, disfa di notte. Nel presente disfa anche di giorno. Con una capacità, una prerogativa autolesionista, unica. Una qualità che allo stato dimostra di possedere soltanto lei.
Bettina sfilaccia il rapporto con la città. Non ammette i propri errori in campo sportivo e di gestione. Non accetta il confronto. Rifiuta, anzi condanna la realtà evidente. Usa i pochi media rimasti servizievoli, per lanciare periodiche sfide. Anche alla tifoseria. Dimenticando, evidentemente, che il popolo è sovrano.
Sarà diserzione, come la piazza preannuncia? Bettina preconizza/minaccia che tra un anno potrebbe non iscrivere il Taranto al Campionato. Una provocazione o un anatema? Certamente un modo di comunicare pessimo. E poi con quale presunzione!
Ribalta (o meglio, tenta inutilmente di farlo) le sue colpe/responsabilità sui tifosi. Respinge grottescamente l’evidenza. La realtà narra infatti che la pochezza dei risultati ottenuti nella sua gestione ha svuotato gli spalti dello Iacovone. Una disaffezione aggravata dai fatti di violenza ai quali la dirigenza del Taranto non è stata capace di opporsi. Peggiorata dall’assenza totale di una programmazione sportiva. In due stagione sono transitati in riva allo Ionio una quantità industriale di pseudo calciatori. Elementi di scarso valore e di nessuna utilità alla causa rossoblù. Sulle incongruenze e sulla (dis)continuità dimostrate nella gestione del settore giovanile ci sarebbe da smarrirsi.
Elisabetta Zelatore e chi le sta accanto dimenticano che il Taranto è dei tifosi. Della città. Lei, come tutti gli altri presidenti che l’hanno preceduta, gestisce/amministra un “bene”, un titolo sportivo della comunità. Ha l’obbligo di salvaguardarne l’integrità, l’immagine, la salute dei bilanci e della tradizione sportiva. Non è stata capace di farlo, rimediando in tutti i campi un susseguirsi di scivoloni, che stanno a dimostrare che il calcio non è per lei.
Elisabetta/Penelope rintanata nelle sue stanze, impegnata più a disfare che a tessere, non percepisce gli umori determinanti della piazza. Esiste un rigetto totale nei confronti suoi e di chi le vive accanto. Un atteggiamento anche criticabile in alcune manifestazioni, non apprezzabili, scadute nel personale. Quei foto shop offensivi stanno però a dimostrare la derivata esasperazione generale. Non soltanto nella parte più rumorosa del tifo.
Elisabetta Zelatore e Tonio Bongiovanni pagano anche per le scelte infelici operate. L’amicizia con Francesco Maglione. Il servirsi, ripetuto, del sempre genuflesso Aldo Roselli. Perdoni direttore (?), ma quei 900 mila euro di budget, da lei annunciati, hanno una fonte certa? Lo dimostri. Altrimenti di cosa sta parlando. L’esonero di Aldo Papagni. La tiritera che ha visto coinvolto Fabio Prosperi. L’assunzione di Pantaleo De Gennaro. La partecipazione negativa di De Poli (a posteriori definita deleteria da Roselli). Quel comunicato stampa del dopo Messina. La campagna di indebolimento (?) di gennaio. Tutte scelte negative che hanno condotto ad una retrocessione  che appariva annunciata. Bettina e Tonio hanno la pessima abitudine di fare delle persone l’usa e getta. Prima o poi vengono allontanati tutti. Senza alcuna riconoscenza e rispetto. Ne sanno qualcosa Dellisanti, Antonio Marrone, Nico Mondino finiti, tutti, nella lista degli indesiderati (mi scuso con loro di averli portati come esempio). Presto quell’elenco è destinato a rimpinguarsi. Inevitabilmente.
Di certo, Elisabetta/Penelope e Tonio/Ulisse sono rimasti soli sulla prua di una imbarcazione che prende acqua da più parti. Con un destino che appare segnato. I loro comportamenti indispettiscono il prossimo. Sanno, anche se lo rifiutano, che la diserzione preannunciata è nei loro confronti. Non nei riguardi della maglia. Il tentativo di confondere le bucce con le fave (come si dice a Taranto) non da esito. Minacciare/esasperare non serve e non porta a nessuna soluzione costruttiva. L’indice di gradimento che li riguarda è sceso talmente in basso che la città accetterebbe anche di ripartire da un campionato regionale piuttosto che…
Nella realtà quelle minacce non spaventano nessuno. Un che, appunto, che è tutto un dire! Che non può rimanere inascoltato.

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