Barbara Spinelli lasci perdere Taranto

Barbara Spinelli lasci perdere Taranto

Leggere sul Mis-Fatto Quotidiano che l'ex premier Conte avrebbe portato a soluzione il dramma socio-sanitario innescato dall'ex Ilva è altra cosa rispetto al giornalismo. Anche nella sua variante più militante ed integralista. Diviene, a voler essere onesti, materia per un Massimo Recalcati qualsiasi e per la società italiana di Psicoanalisi (ne esiste ancora una?). Studiare Il silenzio dei Chierici di Julien Benda per capire perchè le nostre èlite sono sempre state, in larghissima parte, nient'altro che ruffiane

 

Giornalista. Politico. Intellettuale organico (anche se l’aggettivo ha finito col soverchiare il sostantivo nel suo caso), secondo l’indovinata definizione di Antonio Gramsci. Italiana che vive a Parigi, come tutti coloro i quali vogliono sembrare più cool e ammantare di luce soffusa il proprio radicalismo chic. Tuttologa in servizio permanente effettivo. Esponente orgogliosa della gauche moralista sempre e solo con gli altri. Un tanto al chilo, insomma. Quando capita, quando l’avversario trasformato in nemico è buono per ampliare l’elenco dei reietti e, nondimeno, rinfocolare un’identità via via sempre più sbiadita. Scolorita da fraintendimenti scambiati per grandi ideali. Quando basta per destinarsi al minoritarismo divertito, che è un po' l’antesignano triste della decrescita felice: formula demenziale dei nostri sgangherati tempi. Orizzonte ultimo di una sinistra senza cultura riformista. Barbara Spinelli, passata nel frattempo a irrorare d’inchiostro giustizialista il giornale più amato dalle procure italiane, il (Mis)fatto Quotidiano, dopo un passato più liberal a “La Stampa” e “la Repubblica”, è un caso di scuola. Antepone la parzialità all’obiettività per meri ordini di scuderia. La faziosità pruriginosa alla serenità di giudizio. Il suo è un vero e proprio silenzio (chiassoso) dei chierici, con buona pace di Julien Benda e la sua opera monumentale utile nello spiegare il perché le èlite europee siano sempre state ruffiane di qualcosa e/o qualcuno. Nazismo e comunismo, alla fine, faceva lo stesso. Si pone, la Spinelli, con un passato recente di europarlamentare per la Lista Tsipras, sull’altra sponda del fiume carsico delle parole, dei concetti innamorati della profondità, rispetto ad un Leonardo Sciascia. O, che ne so, di un Pier Paolo Pasolini. Intellettuali a tutto tondo. Sempre scomodi. Sempre contro. Sempre all’opposizione del potere nel corso della loro vita. Qualsiasi esso fosse. Anche quello innalzato sulle idee più vicine, più consone ai propri vissuti. Così facendo, gli intellettuali del piffero alla Barbara Spinelli, finiscono col cadere nel medesimo profluvio di banalità che loro stessi hanno innalzato sugli altari dell'autocelebrazione. Nei giorni scorsi, per caso, per quelle rare eccezionalità che distorcono le abitudini, anche le più sperimentate, mi è capitato di leggere sul Mis-Fatto l’ennesima intemerata di Barbarella nostra. Se la prendeva con tutti coloro i quali non riconoscono il genio politico dell’ex premier Giuseppe Conte. Fosse solo per questo bisognerebbe toglierle penna e tastiera da sotto le mani prima che combini altri guai. Conte ha fatto quello che la politica italiana non è mai stato in grado neanche di pensare. Meglio di un Einaudi. Di un Moro. Più abile di un Cavour. Più intransigente di un Berlinguer. Si contatti un Recalcati qualsiasi, si chieda l’intervento subitaneo della società italiana di Psicoanalisi per favore. Conte, secondo la Spinelli, venendo a Taranto ha avviato a soluzione anche la ultradecennale questione dell’ex Ilva. Si? E come? Cenando con l’arcivescovo e un paio di operai la vigilia di Natale di due anni fa? Suvvia. La si smetta di raccontare cazzate con il solito tono serafico. Di affabulare col niente i drammi senza soluzione che la modernità si trascina alimentandoli. E va bene che il nostro è il Paese maggiormente a suo agio con gli intellettuali più organici che intellettuali. Ma quando è troppo è troppo. Meglio uno spinello che la Spinelli…