Ciao, Barbapapà

Ciao, Barbapapà

Un principe aristocratico e raffinato. Una grande avventura intellettuale, cominciata in via Veneto con Flaiano e Moravia, e proseguita lungo quasi un secolo. Un'idea partigiana dell'informazione. Assieme a Montanelli e alla Fallaci, Scalfari formava il trio d'oro del giornalismo italiano

 

Con Scalfari perdiamo l'ultimo grande giornalista italiano. Assieme a Montanelli - e alla Fallaci - quanto di meglio questa professione potesse esprimere nel secolo scorso, il "secolo breve" secondo la singolare definizione dello storico inglese Eric Hobsbawm. Meno virtuoso di Indro e Oriana, Eugenio. Più poliedrico e macchiavellico. Dai diversi registri semantici. Mai simili gli uni agli altri. E mai sovrapponibili per lungo tempo. Una sorta, verrebbe da dire, di diamante grezzo e dalle mille sfaccettature: tutte egualmente diafane. Scalfari fu giornalista ed intellettuale ma, ancor prima, fu abile imprenditore di se stesso. Amava i soldi, ne fece tanti in vita sua. Cominciando con il vendere a suon di milioni delle vecchie lire la Repubblica, giornale a sua immagine e somiglianza, fondato e mandato in stampa nel 1976, all'ingegnere De Benedetti. Ex impiegato di banca, Barbapapà come lo chiamava Giampaolo Pansa, amava la lettura degli enciclopedisti e conosceva il suadente potere della parola scritta. Memorabile una sua espressione a proposito del ceto politico, con il quale trattò da pari a pari nonostante alcuni abbagli e amori non sempre corrisposti (De Mita e Prodi su tutti, con Berlinguer la storia andò diversamente...): "I presidenti del Consiglio passano, i direttori di giornale no". Fu anche senatore nelle fila del Partito socialista prima di rompere con la stagione del craxismo. Negli ultimi anni, i suoi editoriali della domenica si erano fatti sempre più rari. Da laico tutto d'un pezzo aveva cominciato a riscoprire una certa religiosità, una cristianità introspettiva attraverso l'amicizia coltivata con Papa Francesco. Nelle sue scarne apparizioni in tv, la lucidità dell'analisi s'interrompeva dinanzi al tremolio delle sue mani che, con nervosismo, cercava di tenere ferme. Il più potente e aristocratico giornalista italiano, in lotta con il tempo e le sue ferree leggi, destava tenerezza e rispetto. Non sempre ho condiviso le sue posizioni. Un pò mi faceva rabbia che tanta intelligenza e acume divenissero appendice di qualcun altro o qualcos'altro. I grandi uomini non dovrebbero mai vendersi o, peggio, svendersi. Neanche se a richiederlo fosse il loro stesso ego. Resta memorabile l'avventura di "Repubblica": un giornale che ripensò l'informazione italiana. Che seppe innovare, con un formato più piccolo, sulla falsariga di Le Monde, un Paese impaludato nel vecchiume moralista e democristiano. Raffinato ed Elegante, se ne va un principe del pensiero mai banale. Un gigante rispetto ai nani di oggi. Con la sua penna stilografica in mano, adesso, tratteggerà le nuvole in cielo. Un motivo in più per tendere lo sguardo verso l'alto.