Il gesto eterno di un attimo

Il gesto eterno di un attimo

Andiamo a chiudere l'area a caldo dell'ex Ilva. Tutti assieme. Come fatto a Genova. Come rivendicato dalle comunità consapevoli della propria forza, con un'identità non di facciata. I libri di storia aspettano soltanto di riportare i nostri nomi

 

Un passaggio stretto, dalla valenza storica. Taranto e la sua fabbrica omicida sono ad una svolta. Dinanzi ad un bivio. In marcia per un nuovo giro di giostra che, questa volta però, potrebbe schiudere le porte in grado di accarezzare il futuro. E approcciare il sole dell’avvenire senza più eclissi all’orizzonte, si spera. La sentenza del Tar di Lecce, con la quale si ordina allo Stato (proprietario degli impianti) e ad ArcelorMitta (gestore del sito industriale) di chiudere l’area a caldo nei prossimi 60 giorni, perché inconciliabile con il diritto alla salute rivendicato dai residenti, responsabilizza la politica tutta. E’ una sorta di chiamata alle armi senza distinzione alcuna. Per il neonato governo Draghi – e i suoi propositi di transizione ecologica. Per gli enti locali nella loro complessità (assordante, ancora una volta, il silenzio del presidente Gugliotti su fatti così eccezionali…). Per la comunità tarantina che, a distanza di alcuni anni, potrebbe togliersi di dosso l’onta di aver fatto fallire un referendum sulla chiusura della fabbrica. L’antinomia dei diritti, quelli che sragionano se viene prima la vita o il lavoro, che s’interrogano su una modernità posticcia, da sonno prolungato della ragione, è caduta in disuso. Dissolta dai fatti che mettono in riga il tortuoso filosofeggiare chiagni e fotti. Il lavoro non c’è più da tempo in quel rottame che ci si ostina a chiamare fabbrica. I cassintegrati sono la norma, non l’eccezione, come sarebbe logico attendersi in una fisiologica dialettica tra le parti su aree di crisi e relazioni industriali. L’ennesimo sciopero, proclamato dai sindacati per il prossimo 24 febbraio, lo testimonia se mai ce ne fosse bisogno. Resta la vita da preservare, quella sì. Una certa idea di civiltà alta da consegnare alle generazioni future. E la lotta che, contrariamente a quanto sostenevano i marxisti, è ragionamento riformista più che prassi rivoluzionaria. Avanzamento gradualista senza cesure e violenze. Rivendicazione orgogliosa che fa il paio con identità ritrovata (e rinnovata). Il passaggio è stretto, strettissimo. Ad ogni sentenza del Tar ce ne sarà sempre una, di segno uguale od opposto, del Consiglio di Stato. Noi tarantini lo sappiamo bene. Le parole del presidente Emiliano, magistrato, suonano come un monito a non cadere in trionfalismi e facili tracotanze: “Mi auguro che non si chieda al Consiglio di Stato di salvare le castagne dal fuoco. Questa storia è arrivata al termine (…)”. Sarà arrivata davvero al termine se ognuno, per la sua quota parte di responsabilità e possibilità, farà il proprio dovere. La magistratura, la politica, le associazioni ambientaliste, un sistema dell’informazione non ruffiano, i quasi 200 mila residenti di Taranto. Se non ora, quando? Chi dovesse riuscire a chiudere l’area a caldo dell’ex Ilva, ora ArcelorMittal Italia, passerà alla storia. Troverà scritto il proprio nome sui libri. Consegnerà all’eternità il gesto senza tempo di un attimo.