Il principe di Salina

Il principe di Salina

I moderati (alias, i federati) si danno appuntamento in una festante sala conferenze alle porte di Taranto. Don Fabrizio non si è fatto vedere, i gattopardi sì. Emiliano decida con chi stare. Con Melucci? Con Stellato? Con entrambi? Le cattedre occupate dai demagoghi e quel monito, inascoltato, di Max Weber

 

Non c'era Don Fabrizio, principe di Salina, ieri all'hotel Salina. Forse per una singolare nemesi della storia. Magari per un mero inganno semantico. Non c'era neanche il sindaco da contrapporre a Melucci - e forse al candidato di una destra impalpabile - perché un sindaco (pardon, un presidente della Provincia) c'è già. E più che nominarlo, indicarlo, fissarlo nella mente dei presenti, è bastato farlo salire sul palco. Affidargli il compito di tenere a battesimo la nascita del "Patto per Taranto". Passargli di mano il microfono. Una sorta di ordalia moderata e terzista. Di quel terzismo che tanto piaceva a Norberto Bobbio: inclusivo, includente e finanche un tantino cool. Un semifreddo da servire come attivo conclusivo - ed esercizio iniziatico - di una nuova era della politica. Con l'immobilità che si diverte a divenire cambiamento. Con i programmi che precedono le scelte. Con il peccato, per dirla con le parole proprio di Don Fabrizio, principe di Salina, che attanaglia i siciliani, i tarantini e gli abitanti tutti di un Mezzogiorno soporifero. Ripiegato su se stesso. Omologato ed omologante. Che non perdona - e mai perdonerà - la semplicità del fare. La linearità del pensiero. La definizione delle appartenenze. La qualità appena appariscente che ricacci più in là, che inviti ad andare retro la mediocrazia ormai dilagante. Musillo che si affanna nel tessere il perimetro della futura coalizione federata, che vuol costruire tavoli tematici da provetto falegname, encomiabile per l'impegno che ci mette, volenteroso nonostante tutto, oltre a ricordarci i dolori del giovane werther altro non sa fare. Stellato che si sdoppia, che coltiva il dono dell'ubiquità, e nel medesimo istante lo trovi all'hotel Salina e nella sede provinciale del Pd, con il simbolo di "Popolari con Emiliano" di cui è capogruppo in Regione a sostegno del sindaco uscente Melucci, spiazzerebbe persino la psicobanalisi di un Massimo Recalcati. Taranto meriterebbe molto di più. A destra. A sinistra. A centro. Lungo l'intero arco costituzionale. Un'antica - e moderna - capitale del Mediterraneo, la maggiore stazione appaltante dell'intero meridione per gli anni a venire esibisce, invece, per larghissimi strati, un ceto politico da riunioni condominiali. Nessuno chiede conto a Michele Emiliano delle contraddizioni che, anche grazie ai suoi silenzi, alle sue contorsioni logico-deduttive, al suo interesse nel tenere assieme i voti di Melucci e quelli di Stellato, per mero calcolo personale, rischiano di acuire le tensioni politiche ed economico-sociali di una città che cammina sempre spalle al muro. A pochi passi dal baratro, dall'altra parte del sogno. Perché la cattedra non è per i profeti, ma per i demagoghi. Così avrebbe detto Max Weber. Uno che di sociologia politica, si narra, sapesse qualcosa...