In Letta e furia

In Letta e furia

La sinistra non esiste senza la sofferenza. Rischia di esistere nonostante la sofferenza arrecata da un leader senza leadership, da un partito passato dal marxismo al bivacco permanente. Letta ed Emiliano, Enrico e Michele: il progressismo ripudia il riformismo e abbraccia i salamelecchi

 

Nella visita di Enrico Letta a Taranto dell’altro ieri ci si è venduti l’anima e non si è trovato alcun cacciavite. Si è trattato di un sabato del villaggio piuttosto opaco. Spento ed autoreferenziale al tempo stesso. Dominato dallo scirocco che grondava sudore e asciugava le poche idee palesate in uno stanzone d’albergo alle porte della città. In Letta e in furia, alla fine, così come in principio, non si è detto nulla. Si è glissato su tutti gli argomenti più rilevanti. Da cosa farne dell’ex Ilva (le cronache giornalistiche di questi giorni tratteggiano un quadro lobbista con intrecci pericolanti tra politica e affari, avvocati e magistrati nel frattempo consegnati alle patrie galere, manager privati e studi legali con le mani in pasta praticamente ovunque) al sistema delle alleanze partitiche che dovrà sostenere la ricandidatura del sindaco Melucci il prossimo anno. Letta ha scelto il silenzio. Si è ritirato con circospezione dietro la mascherina anti Covid che indossava. Quasi preoccupato più dal confronto, dal contraddittorio con la stampa che non c’è stato, che dalla trasmissibilità del virus. Enrico stai sereno non ha detto per timore di dire, ha utilizzato parole afone, concetti affogati nella maionese delle ovvietà, frapponendo l’incertezza tra se stesso, tra un leader senza leadership insomma, e il suo popolo. Complice un partito, il Pd che rappresenta – e vorrebbe rilanciare - nella veste di segretario nazionale, passato dal marxismo al bivacco, dal centralismo democratico alla demagogia permanente, dalla questione morale alla dubbia moralità di certi suoi dirigenti. Con al suo fianco, sul palco dei relatori, un Michele Emiliano che detta la linea alla ditta dopo aver trattato a lungo nei mesi scorsi il suo passaggio – e quello dei suoi fedelissimi – nel nuovo partito (mai nato) dell’ex premier Conte. Con un Francesco Boccia plaudente, e defilato, che secondo le ricostruzioni di Giorgio Meletti su “Domani” di domenica scorsa, assieme al presidente del Senato, Elisabetta Casellati, e all’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, auspicherebbe "un’Ilva che produca e dei magistrati che la smettano di rompere le scatole". Giù, mischiato tra la gente, il riconfermato capo di gabinetto della Regione, Claudio Stefanazzi, leccese in una giunta pugliese a forte trazione salentina. Molta ipocrisia, pochi contenuti politici. La demagogia al posto del riformismo. La ritrosia calcolata in luogo del trasporto ideale. La sinistra non esiste senza la sofferenza. E neanche con le parole che vanno nell’aria aprendo la coda come tacchini…