L'OPA di Bari su Taranto

L'OPA di Bari su Taranto

I furbi cugini levantini vogliono "comprarsi" l'ex capitale della Magna Grecia. CosmoPolis vi racconta come e perchè. Storia di un scippo che va consumandosi nel più assordante silenzio

 

Difficile chiamarla in altro modo, anche per una scienza triste come l’economia. L’Offerta Pubblica d’Acquisto è diventata, nel frattempo, altro. E tramutato i propositi, le velleità, in realtà. In prassi concreta. Bari vuole “comprarsi” Taranto, i suoi asset migliori. Finanche l’’idea di futuro che ne accompagna la storia presente. I soldi sono tanti, gli affari da concludere anche di più. La linea della palma, tanto cara a Sciascia, questa volta tende a spostarsi verso Sud invece che compiere il percorso contrario. Nel Mezzogiorno vittima di se stesso, afflitto da questioni imperiture, alla strenua ricerca di un ceto politico non ordinario, privo di un vero afflato sociale – e di un capitalismo capace di allungare lo sguardo un tantino più in là del proprio naso - il capoluogo jonico sembra trovarsi a proprio agio in questa inaspettata primavera di progettualità monetizzata, di paradigma mutato e mutabile. Di lunga processione verso l’infinito. Veste i panni e alimenta il principio, la città dei due mari, del canone inverso. Peccato che a guadagnarci siano altri; i furbi cugini levantini, per esempio. Bari, oggi, è una realtà meno interessante di Taranto. La sua vicenda geo-produttiva sembra essersi esaurita, inceppata. Procedere per moto inerziale. Per l’ex capitale della Magna Grecia, invece, il ragionamento è assai diverso. Anni di oscurantismi, di marginalità appariscente, di acciaio e morte, di mediterraneità sfrontata eppure sacrificata, di dissesti finanziari e opacità politiche, sembrano giovarsi di nuovi moniti. E crogiolarsi nell’immarcescibile suggestione del contrappasso dantesco. Il più grande Ospedale delle Puglie, l’organizzazione dei giochi del Mediterraneo, la candidatura a capitale italiana della Cultura, la Zona economica speciale al Porto, gli ingenti capitali del Contratto Istituzionale di Sviluppo, l’Ilva green (anche se, l’espressione in questione, significa ben poco), i cantieri navali di Buffoluto, sui quali Fincantieri incomincia a raccogliere le prime informazione, le opere di bonifica nelle aree a ridosso del complesso siderurgico, ammantano di finto romanticismo la molla mai così elastica del moltiplicatore economico. La realizzazione del San Cataldo, un’opera di alcune centinaia di milioni di euro, è appannaggio dell’azienda barese riconducibile all’imprenditore De Bartolomeo. Sui Giochi del Mediterraneo (il cui giro di affari, tra contributi del Coni e capitali privati, non sarà inferiore ai 300 milioni di euro), Asset, l’Agenzia regionale per lo sviluppo sostenibile, rappresentata dall’ex assessore al comune di Bari, Elio Sannicandro, ha già manifestato il proprio interesse. Stessa cosa dicasi per gli interventi di risanamento, da finanziare con le risorse del Cis, nella Città Vecchia e per il traffico delle merci al Porto. Bari – e i suoi svegli mercanti – stanno trasferendosi in massa a Taranto. I cambi di domicilio non si contano più, ormai.  Va dove ti porta il denaro, che ad inseguire il cuore c’è sempre tempo.