Mal di quorum

Mal di quorum

In appena cinque anni persi altri elettori nella città di Taranto. Nel 2017, al primo turno, si recò alle urne il 58,52% degli aventi diritto. Ieri solo il 52,13%. La nostra democrazia è seriamente malata, ma fingiamo di non accorgercene

 

Non v'è dubbio alcuno, ormai: le nostre democrazie sono seriamente malate. Non bisogna essere raffinati politologi per comprovarlo. Soffrono di una crisi di partecipazione. Di corpi elettorali che non sono più tali perché trasformatisi, nel frattempo, in qualcos'altro. Con un vulnus sempre più ampio - e profondo - apertosi tra eletti ed elettori. Il dato amministrativo di Taranto andrà comparato con quello di altri capoluoghi chiamati al voto. La dinamica, per grandi linee, rimane la stessa. Le differenze sono minime. Non siamo più un Paese dove ci si reca a votare. Le ragioni andrebbero ricercate con intelligenza, cura dei particolari, senza inutili genuflessioni logiche alle ovvietà. Investono più campi di analisi. La deriva antropologica della nazione. L'incrinatura verso il basso del vincolo rappresentativo. La stupidità collettiva come unico collante di una (sub)cultura spacciata per modernità. Classi dirigenti sgrammaticate e dequalificate, a tutti i livelli e per tutti gli schieramenti: capaci d'ingenerare incubi più che lasciar intravedere sogni. Mancanza di progetti spendibili per le comunità di riferimento. Omologazione di idee slegate dalle ideologie. Quando circa la metà degli aventi diritto diserta le urne, considera l'appuntamento-pricipe per una democrazia alla stregua di un'inutile perdita di tempo, di un passaggio che non contempli il cambiamento all'orizzonte, così come avvenuto a Taranto e nel resto della nazione, governare diviene esercizio azzoppato. Pratica amministrativa. Corsa verso la meta senza alcuno slancio emotivo. E il mondo, il nostro microcosmo quotidiano, rischia di camminare solo attraverso il malinteso.