Mani pulite e presente sporco

Mani pulite e presente sporco

La crisi di governo di questi giorni è figlia dei fatti accaduti nei primi anni '90. Di un Paese che decise di fare a meno delle culture politiche che l'avevano reso grande. Del più forte Partito comunista di Occidente impregnato di false rivoluzioni e orfano di cultura riformista

 

Il governo è in crisi. La politica molto di più. Per questo si ricorre all’aggettivo “sistemico”, nella sua variante al femminile, per tentarne una lettura meno approssimativa. Sistemica perché strutturale, che nasce dal profondo, che perdura nel tempo. In grado di attraversare gli schieramenti, di minare il vincolo di rappresentanza tra elettori ed eletti. Il Parlamento è un mercato, ormai. Un suk arabo dedito alla compravendita. Di quali acquisti ci si interessi è possibile immaginarlo. La classe politica deambula alla ricerca dell’affare a buon prezzo. Coltiva interessi personalistici in luogo del bene comune. Le idee sono morte, il pensiero marcisce in qualche carcere irraggiungibile, la lotta strategica è ridotta a mercimonio. Esiste un caso italiano nel panorama europeo? Una specificità (in negativo) del nostro Paese rispetto a tutti gli altri? Certo che esiste. Attardarsi nel rilevarne le ragioni storiche è l’errore più grossolano che si sia potuto compiere in tutti questi anni. Un errore voluto, meditato. Ai vincitori non interessa ricordare i meriti dei vinti, quasi mai. Specie, poi, sé la vittoria è stata conquistata attraverso un inganno ben orchestrato. Acquisita con le dovute coperture e connivenze interessate. L’Italia senza più i suoi partiti, gli stessi che avevano scritto la Costituzione, che le avevano dato agibilità democratica e valenza internazionale, tutti tranne uno, è di per sé già un caso inesplorato. L’anomalia di un sistema più ampio ed articolato. L’eccezione che non conferma alcuna regola. Il Paese-cerniera divenuto poco utile dopo la fine della Guerra Fredda. Disfarsi delle culture politiche per far largo a partiti-aziendali, a formule a metà tra la botanica e l’evangelico, al post-qualcosa sempre e comunque, è stato l’atto iniziale – ed esiziale – della nostra Repubblica. Tutto nasce da lì. Tutto ebbe inizio in quel preciso istante. Persino il populismo cominciò ad emettere i suoi primi vagiti a far data da quel momento. Poi vennero i Berlusconi, i Grillo, i Bossi, i Conte e tutta la masnada degli scappati di casa ancora a piede libero. L’oggi è il prodotto di ieri, con Calamandrei soverchiato dal circuito mediatico-giudiziario promosso nei posti di comando e nella pubblica coscienza. Con Nenni e Moro sacrificati per ingraziarsi bibitari traslocati dalle gradinate dello stadio San Paolo (pardon: Diego Armando Maradona) agli uffici della Farnesina. Nei primi anni ’90 si decisi di far morire l’Italia, convinti che al suo posto ne sarebbe risorta un’altra, migliore, nuova, libera. E’ andata diversamente. Anche se nessuno, in tutti questi anni, ne ha voluto parlare e dibattere. I vincitori non avevano – e hanno – interesse a farlo. Il popolo guarda “Uomini e Donne” perché il processo di rincoglionimento totale possa completarsi in tempi brevi. I vinti, quando non sono stanchi e invecchiati, rivendicano l’orgoglio laico delle riserve indiane…