Non la si chiami più Arcelor Mittal. E' tornata l'Ilva

Non la si chiami più Arcelor Mittal. E' tornata l'Ilva

Soluzione nordcoreana per la più grande fabbrica del Paese. Lo Stato, con un investimento di 2,1 miliardi, riprende il comando del mostro d'acciaio. Taranto ha perso, ancora una volta. La svolta green del pianeta non lambisce le coste dello Jonio

Non chiamatela più Arcelor Mittal. Si torni all’antico, al già visto. Al futuro che si fa passato. Al presente interlocutorio, anche dinanzi alle scelte definitive. Si riprenda a chiamare Ilva il mostro d’acciaio alle porte di Taranto. Il drago di fuoco che dispensa morte e malattie. Tra i più piccoli, ormai. Colpevoli (?) di abitare al quartiere Tamburi o nell’ex borgata di Statte. Il Governo ha scelto la strada nordcoreana per la più grande fabbrica del Paese. Un neostatalismo degli anni duemila. Con il plauso dei sindacati, ridotti ormai a forze di reazione senza più alcun afflato progressista. La paura tipica nella conservazione ha avuto la meglio sul coraggio delle riforme. Sull’innovazione che traguarda l’orizzonte. Il memorandum tra Invitalia (cioè lo Stato) e Mittal verrà firmato il prossimo 11 dicembre. La nuova Ilva nascerà con Invitalia e AM InvestCo alla pari del capitale sociale. Almeno per ora. Poi, a far data dal 2022, la partecipazione dello Stato salirà al 60%, con un investimento complessivo di 2,1 miliardi. La decarbonizzazione? Si vedrà. Le diossine e tutti gli altri agenti inquinanti? Quelli restano. I cassintegrati? Dovrebbero scendere nel numero in un triennio circa. L’Afo 5 sarà riaperto. Nel mondo che tenta la svolta green, Taranto abbraccia un modello di sviluppo industriale novecentesco. Non chiamatela più Arcelor Mittal. Il suo vero – e unico nome – è Ilva. Quello di sempre. Quello che ci ha fatto compiere giri enormi per poi tornare al punto di partenza. Il passato che si è mangiato il futuro, per l’appunto.