Socialismo. Socialista. Le parole che Mauro non osa pronunciare

Socialismo. Socialista. Le parole che Mauro non osa pronunciare

Dall'ex direttore di Repubblica ci saremmo aspettati più coraggio, più onestà intellettuale nell'individuare le ragioni alla base dell'insipienza culturale del PD. Chi come lui si richiama ai valori dell'azionismo torinese, quello dei Piero Gobetti e dei Galante Garrone, dei Norberto Bobbio e dei Vittorio Foa, può fare a meno di strizzare gli occhi ai guardiani del tempio. Ai custodi gelosi della storia rivoltata come un calzino perchè il calzino, alla fine, non si trovi più

 

Bella l’analisi di Ezio Mauro sul Pd, scritta nei giorni scorsi. Assolutamente condivisibile l’espressione “insipienza culturale” riferita al maggior partito della sinistra italiana. Giusta, ma parziale. Di una parzialità sempre uguale a se stessa. Autoreplicante. Monca non per penuria di ragionamenti e talento (di Mauro, intendo), ma per evidenti limiti ascrivibili alla volontà ricercata, resa manifesta, dall’ex direttore di Repubblica. Mauro oltre non vuole spingersi nei suoi ragionamenti macchiati d’inchiostro, potrebbe farlo ma preferisce lasciare stare. Non affonda il colpo. Se ne guarda bene. Tergiversa sulle cause vere, imperiture, per così dire storiche, alla base di una partita giocata male e persa peggio. Quale? Quello dell’incontro con la cultura riformista – e liberale - da parte dei nipotini di Berlinguer. Il comunismo è stato sconfitto. Il socialismo democratico ha trionfato. Chi si è sempre richiamato ad una certa tradizione non può, senza fare prima i conti con la propria storia, dall’oggi al domani, improvvisarsi nell’occupare il campo altrui. Atteggiarsi ad essere, insomma, altro. A meno che, per stare ad un’indovinata rappresentazione metaforica di Claudio Martelli, non si decida di eliminare il proprio avversario con lo scopo di rubagli subito dopo la carta d’identità. E impossessarsi, in un gioco d’identità violate, fallaci, doppie ed incerte, di una vita che non gli appartiene. Che gli è estranea. Di un pensiero – e di una prassi – che, in realtà, ha sempre combattuto se non addirittura ripudiato. Mauro racchiude il campo del suo dibattere al solo comunismo, ad una certa visione di società che non ha attecchito, a come democrazia ed esercizio del potere possano coniugarsi all’interno delle strutture statali, non pronunciando mai, quasi temesse anatemi postumi, le parole socialismo e socialista. Quasi fosse ancora immobilizzato, fermo, alla scissione del 1921 di Livorno. Dimenticanza grave per chi, come lui, si richiama ai valori di un certo azionismo sempre così in voga in certi ambienti torinesi, sua città natale. La sinistra italiana è molto altro – e molto più - della mera evoluzione opportunistica del Pd. E prim’ancora del Pds e dei Ds, passando per Ulivi ed esercizi botanici vari. Perché non dirlo, allora? Perché ostinarsi in ricostruzioni claudicanti, zeppe di omissioni, di occhi strizzati ai soliti guardiani del tempio? Il Pd soffre d’insipienza culturale, non ha mai avuta una vocazione maggioritaria, confonde le controriforme con le riforme (tipico atteggiamento reazionario), quelle vere, quelle di struttura come le avrebbe chiamate Riccardo Lombardi, perché le sole tradizioni comunista e democristiana non sono sufficienti. Non possono bastare a dare diritto di cittadinanza ad un progressismo del XXI secolo. Diceva Carlo Rosselli: Il socialismo è la naturale evoluzione del liberalismo”. Mauro lo sa: ma non lo dice, né lo scrive. L’attuale gruppo dirigente del Pd, assieme a quello di prima, e a quello di prima ancora, lo ignora completamente. Non so se sia peggio l’assenza di coraggio – e onestà intellettuale – del primo o la perdurante irrilevanza identitaria dei secondi…