Le corna di Maresca e l'Astronauta Salas, storia moderna del derby della Mole

Le corna di Maresca e l'Astronauta Salas, storia moderna del derby della Mole

Fenomenologia della stracittadina torinese nei suoi anni più recenti

 

Ora, posto che ogni derby porti fisiologicamente in dote un bagaglio di fascino personale e che lo stesso sia capace di mutare autonomamente in base a città, storia e tifoserie, quello della Mole bello per carità, ci ha negli anni abituato ad effimere altalene emozionali, a sinusoidi perpetue della durata canonica di novanta giri di lancette intervallo escluso, che poi però alla fine restituiscono sempre lo stesso totale: comunque vada vince la Juventus.

Se da un lato quindi, l’atavico ed abissale divario esistente tra le due anime gianduia sminuisce se vogliamo l’appeal sportivo della stracittadina, dall’altra ci restituisce la perfetta fotografia di una città romantica anche nelle divisioni. Offre uno spaccato composto da coscienze la cui materia è variegata, la cui diversificazione calcistica è figlia dell’appartenenza sociale. Il ceto, detta la squadra.

I soldi e le stanze dei bottoni della fabbrica, i trionfi, i buchi neri e la castronaggine della prima squadra del Sud Italia, contro l’orgoglio irredentista, l’appartenenza proletaria, perché no la sfiga ma sopratutto il cuore Toro. I padroni contro gli operai, i trapiantati da una parte, gli indigeni dall’altra, la malinconica ed incompiuta rincorsa ad un passato divenuto leggenda dopo lo schianto di Superga avverso alla stella più splendente del firmamento calcistico italiano. Si, solo italiano.

Tutto questo è il derby di Torino, quello che fu del nostro Selvaggi e di Platini, di Zaccarelli e di Causio ma sopratutto per chi scrive di Del Piero ed Antonino Asta, dell’Antonio Conte bandiera e non voltabandiera e di mister “Tenetevi il Miliardo”, Cristiano Lucarelli. Il derby “più squilibrato d’Italia” secondo qualcuno, spettacolo sempre godibile fuori dal rettangolo, quando a prendersi la scena è la città che pulsa e brama un successo che se da una parte vale la regola, sull’altra sponda del Po è l’eccezione che rende indimenticabile una stagione.

È il derby degli antipodi, rappresentazione capace tuttavia anche nelle ultime decadi di regalare atti e di scrivere pagine che sono poi entrate nell’immaginario collettivo della generazione crescente di quegli anni. Le corna di Maresca, non ce ne voglia il buon Enzo, nulla a che vedere con le indesiderate appendici ossee derivanti da incomprensioni coniugali, ma fine sberleffo extratime al Ferrante granata, così come il fosso di Maspero, nel quale si perse la rincorsa del Matador, quello vero Marcelo Salas, il cui sinistro fluttua, a distanza di di vent’anni libero nell’atmosfera. A noi, piace ricordarlo così.

È il derby di chi vede la vita da punti di vista differenti. Quello di chi lo vive come una medaglia tra tante da appuntarsi sulla divisa e di chi invece ci vede l’unica vera occasione di raffronto. La possibilità di mettere la propria bandiera sul pennone, di sentire “tutta sua la città” (semicit.).
È il derby di delle filosofie opposte. Di chi sa che alla fine in qualche dannato tutto andrà bene e di chi invece attende inesorabile la puntuale applicazione della Legge di Murphy.
Impossibile dar loro torto. Facile essere gobbo quando la tua filastrocca finisce con Delpieroetreseghé. Troppo facile, quando i santi di tuo cugino si chiamano Pinga ed Osmanovski. Buon derby.